La nuova vita di Edoardo (18 anni) dopo i coltelli e la droga

Riassunto

L'articolo riporta la testimonianza di Edoardo, un diciottenne oggi ospite di una comunità della Fondazione Exodus in Toscana dopo un passato segnato da rapine, spaccio e violenza. Il giovane analizza le cause della sua deriva criminale, individuandole nella mancanza di una figura paterna e nel desiderio illusorio di sentirsi potente attraverso l'uso di armi bianche. Il percorso di recupero, avviato grazie al supporto del Serd e della famiglia, gli ha permesso di riscoprire la libertà attraverso il lavoro manuale e relazioni sane. Questa vicenda sottolinea l'importanza cruciale delle comunità di riabilitazione nel contrastare la devianza giovanile e offrire concrete alternative al carcere.

di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 27 gennaio 2026
“Mi sentivo forte, facevo paura agli altri. In realtà stavo morendo”. Il giovane adesso vive in una casa-famiglia in Toscana. “Com’è cominciato? Le compagnie e mio padre assente”. “Quando ho accoltellato quel ragazzo, ricordo di aver sentito il suo sangue caldo nella mia mano. È un pensiero malato, ma in quel momento mi sentivo potente”. Edoardo (nome di fantasia), 18 anni, vive in una casa-famiglia per minori fragili in Toscana gestita dalla Fondazione Exodus di don Antonio Mazzi.
Quando è cominciato tutto?
“Alle medie ero tranquillo. Poi ho iniziato a uscire con compagnie sbagliate. Fumavo canne e ho conosciuto ragazzi più grandi di me, sentivo parlare di risse, ne vedevo. È lì che è iniziato tutto. Poi ho iniziato ad essere attratto dai coltelli. A casa ho avuto catane, machete, coltelli a scatto, a serramanico, a farfalla, pugnali”.
Perché ti attraevano?
“Mi facevano sentire forte. Tagliavano, facevano paura. Guardavo i film...”.
Quando hai iniziato a rubare?
“A 15 anni. Rubavo a chi capitava: anche adulti. Andavo a Firenze, Napoli, Milano. Spacciavo e rubavo”.
Perché rubavi?
“Non ero benestante. Se vedevo uno con un orologio da 30mila euro pensavo: se lo può ricomprare. Lo seguivo nei vicoli, coltello alla mano mi facevo dare orologio e portafogli. Era adrenalina che cresceva con le rapine, lo spaccio grosso. Mi sentivo forte. Tornavo in piazza coi soldi, offrivo cene, facevo regali alle ragazze”.
Che tipo di rapine hai fatto?
“Negozi, tabaccherie. Una rapina in casa di una persona, in gruppo, abbiamo svaligiato tutto”.
Cosa vedevi negli occhi delle tue vittime?
“Quando tiri fuori un coltello, alcuni se la fanno addosso, altri piangono. Prendevo spesso psicofarmaci che mi portavano a uno stato di apatia totale”.
La cosa peggiore che hai fatto?
“Ho accoltellato un ragazzo che mi doveva soldi. Durante una rissa ho tirato fuori il coltello e l’ho accoltellato alla pancia e poco sopra. Non so nemmeno se è finito in ospedale”.
La tua famiglia sapeva?
“Mia mamma si arrabbiava quando uscivo. Sparivo per mesi. Lei non sapeva, era molto fragile. A 16 anni ho smesso di andare a scuola”.
Ti hanno mai fermato?
“Sì. Ho un processo in corso per porto di arma bianca”.
Quando è iniziato il cambiamento?
“Estate 2024. Ero andato al mare a Vada. Sulla spiaggia mi son detto: “Non posso continuare così”. Ho pensato a mia mamma, ai nonni, ai miei fratellastri. Una mia cugina era rimasta sola dopo la morte di mia zia. Ho capito che dovevo esserci”.
Chi ti ha aiutato?
“La mia ex ragazza e il Serd, che mi ha proposto la comunità. Un mio amico d’infanzia era già lì. Lo vedevo migliorare. Pensavo: se ce la fa lui, posso farcela anch’io”.
Perché prima non stavi bene, anche se ti sentivi “forte”?
“Era apparente. Dentro stai male. Quando passa l’effetto delle sostanze e la sera ripensi a tutto, senti il peso”.
Hai capito da dove veniva quel dolore?
“Una cosa l’ho capita: la mancanza di mio padre. Gli altri bambini erano al parco col babbo, io no. Lui ha avuto altre donne, non mi ha mai cercato davvero. Quando sono nato era all’estero”.
Perché oggi stai bene in comunità?
“Ho ritrovato rapporti sani, amici veri. Tutti vogliamo imparare a vivere. Prima stavamo morendo lentamente”.
La tua giornata tipo?
“Zappiamo l’orto, costruiamo, cuciniamo. Andiamo a parlare nelle scuole, giochiamo a calcio. Mi affido agli educatori. Ho ritrovato una famiglia e ripreso il rapporto con mia mamma”.
Hai avuto un momento di svolta emotiva?
“Quest’estate, dopo un bagno al mare. Dovevo fare le pizze. Ho messo una canzone e mi sono messo a piangere. Pensavo a mia nonna, a mia mamma, alla mia famiglia, ai ragazzi della comunità. Pensavo: “Sto facendo la pizza per loro, che bello”. Mi sentivo libero”.
Prima non lo eri?
“No, ero in gabbia. La droga e lo spaccio diventano un lavoro: svegliarti presto, procurarti la roba, dividerla, venderla. Davanti avevo solo la morte o il carcere. Invece oggi sono vivo. E sono libero”.
Il tuo sogno?
“Avere una famiglia normale”.