Referendum, la scelta sulla data. E la raccolta dei fondi agita i partiti
Riassunto
Il Consiglio dei ministri è chiamato a decidere la data del referendum sulla riforma della giustizia, previsto per il 22-23 marzo, nonostante le richieste del Comitato per il No di attendere il completamento della raccolta firme. All'interno della maggioranza emergono tensioni tra Fratelli d'Italia e Forza Italia a causa dei mancati versamenti di quest'ultima per sostenere la campagna referendaria. Contemporaneamente, si accende lo scontro sui finanziamenti: i sostenitori del Sì criticano i fondi stanziati dall'Associazione Nazionale Magistrati per il fronte opposto. Questa situazione delinea un clima di forte contrapposizione politica ed economica che precede l'imminente scatto della par condicio.
Corriere della Sera, 12 gennaio 2026
Oggi il Governo decide sul 22-23 marzo. I malumori di FdI per i mancati versamenti di FI. Oggi il Consiglio dei ministri deciderà la data del referendum sulla riforma della giustizia. La premier Giorgia Meloni ha confermato che si terrà il 22-23 marzo. Ma il Comitato cittadini per il No chiede di attendere la fine della raccolta firme, ieri arrivate a oltre 340 mila: il 68% delle 500 mila da raggiungere. Il centrosinistra appoggia l’iniziativa. E il leader M5S Giuseppe Conte attacca il governo: “I cittadini attendono da mesi interventi sulle bollette. Su una cosa sola hanno fretta: difendere la casta”.
Intanto i comitati si organizzano per la raccolta fondi: GiustodireNo, sostenuto dall’Anm, ieri ha dato il via alla raccolta di donazioni private online, attivando un sito internet. Si moltiplicano piattaforme di crowdfunding. Mentre i partiti scaldano i motori: scatta la fase due. Finora la prima linea della battaglia sono stati i comitati, a cui i partiti hanno fornito sostegno accademico. Ma se il voto sarà il 22 marzo bisognerà correre. La legge prevede che 45 giorni prima, giovedì 5 febbraio, scatti la par condicio.
Ma la commissione di Vigilanza Rai è bloccata da oltre un anno. Se ne discuterà in settimana negli uffici di presidenza di Camera e Senato. Intanto ciascuna forza politica avvia la propria campagna. Questione spinosa restano i fondi. C’è malumore in FdI, dove ciascun parlamentare ha aderito alla proposta del Comitato Sì Riforma di contribuire alla campagna. L’hanno fatto anche in Noi moderati- Maie. Ma in Forza Italia no. E così, nel partito di Meloni, c’è chi si sorprende: “La separazione delle carriere non è sempre stata la loro battaglia?”.
Il capogruppo Paolo Barelli minimizza: “Siamo tutti concentrati nella campagna. Non c’è nessuna iniziativa formale. È positiva la nascita spontanea di tanti comitati. Vediamo”. Ma è fuori dal Parlamento che infuriano le polemiche più aspre sui finanziamenti. I fautori del Si puntano l’indice contro l’Anmche ha finanziato la campagna del Comitato GiustodireNo nelle grandi Stazioni, sotto Natale. “Sarà costata almeno 700 mila euro, noi non possiamo permettercela”, ripetono. Dall’Anm smentiscono costi così alti. E assicurano che al comitato sono stati trasferiti 200 mila euro, non ancora spesi del tutto. A settembre, la delibera del comitato direttivo centrale ne aveva autorizzati 500 mila. La giunta, mercoledì scorso, ha disposto di disinvestire gli altri 300 mila. Altri stanziamenti, per ora, non sono stati autorizzati. Se necessari, saranno valutati nelle prossime riunioni. Si attende l’esito delle donazioni sul sito.
Per ora qualche decina di migliaia di euro. Alle accuse di finanziare la campagna con i fondi di tutti i magistrati soci, magari con opinioni diverse sulla riforma, dall’Anm replicano: la delibera è passata alla quasi unanimità, chi non era d’accordo poteva impugnarla. Al momento non è stato fatto. Dai comitati per il No invece si invita a guardare ai “lauti finanziamenti pubblici della fondazione Einaudi che ha dato vita al comitato SiSepara”.
Giuseppe Benedetto presidente della Fondazione si indigna: “Questo comitato ha quattro spicci. I finanziamenti della Fondazione vengono da bandi pubblici. Non ci possono finanziare la campagna per il referendum, sarebbe distrazione di fondi pubblici. Ma, come dice il proverbio, “Il gatto della credenza, quello che fa pensa”.