In carcere la vita tecnologica è ferma a decenni fa, ma c’è un servizio di email che cerca di abbattere queste barriere

Riassunto

Il giornalista Luigi Mastrodonato descrive il profondo isolamento tecnologico delle carceri italiane, dove la comunicazione con l'esterno è ostacolata da burocrazia obsoleta e tempi lunghissimi. Per superare queste barriere è nato ZeroMail, un progetto che permette ai detenuti di inviare e ricevere email digitalizzando la corrispondenza cartacea in modo rapido e sicuro. L'iniziativa, nata durante la pandemia, sta creando anche opportunità di lavoro per i reclusi, promuovendo il fine rieducativo della pena previsto dalla Costituzione. Questo caso evidenzia l'urgenza di colmare il divario digitale nel sistema penitenziario per garantire diritti fondamentali e favorire il reinserimento sociale.

di Luigi Mastrodonato
wired.it, 29 gennaio 2026
C’è un luogo in Italia dove il tempo sembra essersi fermato. È il carcere. Entrarci significa riavvolgere il nastro dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico a come era decenni fa. Se il mondo libero è oggi alle prese con la sfida dell’intelligenza artificiale, per chi vive in carcere la situazione è spesso ancora ferma al tempo in cui c’erano i telefoni a muro, le televisioni da prendere a pugni per stabilizzare il segnale e le lettere cartacee per avere una corrispondenza con l’esterno. Da qualche anno c’è chi però si sta prodigando per cambiare le cose con uno dei servizi tecnologici più rudimentali esistenti, ma che in carcere può fare una grande differenza: la posta elettronica.
In alcune carceri ha infatti preso piede ZeroMail, un servizio digitale ideato per consentire alle persone detenute di inviare e ricevere lettere tramite posta elettronica, offrendo così una modalità di comunicazione più rapida ed economica rispetto alla corrispondenza cartacea tradizionale. Un progetto in espansione e che sta dando anche lavoro ad alcune persone recluse, così da dare un senso a quel fine rieducativo della pena scritto in Costituzione e troppo spesso ignorato.
“Domandine” e isolamento - La comunicazione con l’esterno è uno dei grandi problemi delle carceri italiane. La legge sull’ordinamento penitenziario prevede solo dieci minuti di telefonata a settimana per le persone detenute, da effettuarsi spesso con vecchi telefoni a gettoni attaccati al muro e dopo un’interminabile fila. Non va meglio per quanto riguarda la corrispondenza scritta. In carcere ogni cosa passa per la cosiddetta “domandina” - che sia la necessità di un libro, la richiesta di medicinali, la lista della spesa - e questo vale anche per inviare una lettera ai propri familiari o avvocati.
La “domandina” può essere considerata il meccanismo burocratico più lento e obsoleto dei nostri tempi. La lettera del detenuto esce dalla sua cella e passa di mano in mano tra i diversi gradi della polizia penitenziaria fino ad arrivare ai piani alti, quelli dei controlli finali. Quando finalmente il testo esce dal carcere e arriva nella cassetta delle lettere dei destinatari, lo stesso iter burocratico a ostacoli si ripete al contrario, in una sorta di matrioska senza fine. Tra il momento in cui un detenuto manda una lettera e il momento in cui riceve la risposta possono passare diverse settimane. E questo non fa altro che aumentare apatia e frustrazione in un contesto già di per sé molto difficile, soprattutto di questi tempi.
Oggi nelle carceri italiane ci sono oltre 63mila detenuti a fronte di circa 47mila posti disponibili, una situazione di sovraffollamento insostenibile. Se anche la comunicazione, una delle rare forme di evasione mentale per le persone detenute, è così complicata, non può che derivarne maggiore conflittualità e disagio negli istituti penitenziari.
Barriere tecnologiche e innovazioni - A partire dal 2020, con la pandemia Covid-19, nelle carceri italiane sono state introdotte le prime forme di innovazione tecnologica. Il blocco ai colloqui in presenza ha indotto alcuni istituti a consentire l’introduzione di forme di comunicazione più moderne, come email, telefonate tramite cellulare e perfino videochiamate con lo smartphone. Se oggi in alcune carceri stanno nascendo isolati progetti pilota che hanno anche a che fare con l’intelligenza artificiale, nella gran parte degli istituti molte delle innovazioni introdotte con la pandemia sono state abbandonate o sospese.
Tra i progetti nati in quel periodo storico ce n’è uno che non ha mai smesso di espandersi, trasformandosi anche in opportunità di lavoro in carcere. ZeroMail è nato del carcere milanese di Bollate, replicando un’iniziativa simile sviluppata in precedenza negli istituti penitenziari romani. Il suo meccanismo, strutturato in modo da rispettare le regole penitenziarie italiane che non consentono ai detenuti l’accesso diretto a Internet, è molto semplice. La persona detenuta scrive su un foglio di carta la sua lettera, dove al posto dell’indirizzo di casa del destinatario segnerà la sua casella email. Il foglio viene raccolto dal personale incaricato in carcere, scansionato e trasformato in un’email vera e propria. Che a quel punto è inviata con un click all’indirizzo di posta elettronica. Un iter che viene ripetuto anche in senso inverso.
Email e posti di lavoro - “Il progetto nasce dalla problematicità del fatto che le persone detenute, come forma di comunicazione con l’esterno, hanno solo 10 minuti di telefonata settimanale e le lettere cartacee”, spiega a Wired Stefano Achilli, 60 anni, ex detenuto e fondatore di ZeroMail. “Tra autorizzazioni e spedizioni, i tempi per la comunicazione in carcere sono biblici. La mail permette di abbatterli perché offre un orizzonte temporale immediato”.
ZeroMail prevede una serie di pacchetti abbonamento che vanno dai 12 euro mensili per 30 fogli mail ai 75 euro mensili per 250 fogli mail. Un costo inferiore per singola corrispondenza che, in forma cartacea, richiede ogni volta l’acquisto del francobollo. Oggi il progetto è attivo in otto istituti penitenziari, tra cui quelli di Milano Bollate, Torino, Ivrea, Fossano, Cuneo e Saluzzo. Gli utenti iscritti sono 1.763 mentre il sistema processa circa 14.922 lettere ogni mese. Ma soprattutto, dà lavoro.
“Oggi ci sono 13 dipendenti e ogni volta che avviamo il servizio in un carcere aggiungiamo sempre tra uno e tre nuovi impiegati, a seconda della grandezza dell’istituto”, continua Achilli. “C’è chi passa per le varie sezioni e raccoglie le lettere, c’è chi ha i permessi di lavoro all’esterno e si reca negli uffici preposti per la scannerizzazione, l’invio e la stampa delle mail. L’obiettivo non è solo facilitare la comunicazione delle persone detenute ma anche offrire un lavoro retribuito che può poi essere speso all’esterno una volta scontata la pena”. Un elemento non da poco: la recidiva, cioè i nuovi reati commessi una volta fuori dal carcere, sfiora il 70 per cento in Italia, segno di un’istituzione carceraria che non funziona. A meno che non si lavori: in quel caso la recidiva crolla al 2 per cento.
“Con ZeroMail abbiamo piantato un primo seme di tecnologia in carcere. Non è stato facile e abbiamo dovuto far fronte anche alla diffidenza della stessa amministrazione penitenziaria”, conclude Achilli. Con il tempo però le cose sono cambiate, almeno in parte. “Oggi sono gli istituti penitenziari a contattarci per avviare il servizio. L’obiettivo è continuare a crescere con i numeri”. Nel settembre 2025 il servizio di ZeroMail è stato modernizzato grazie al sostegno della Fondazione Laura e Alberto Genovese e questo permette, oggi, di fornire gratuitamente ai singoli istituti l’intera infrastruttura tecnologica e il software di gestione. Un motivo in più per abbandonare carta e francobolli e puntare su un’innovazione che diamo per scontata ma che in carcere non lo è: l’email, appunto.