Piacenza. Carcere al collasso, sovraffollamento al 131% della capienza

Riassunto

L'articolo denuncia il drammatico sovraffollamento delle carceri italiane che, a fine 2025, ha raggiunto il 138,5%, aggravando il degrado strutturale e la violazione dei diritti costituzionali dei detenuti. Nonostante il calo della criminalità, il sistema penitenziario affronta un'emergenza umanitaria segnata da un numero record di decessi e condizioni igieniche precarie sia per i carcerati che per il personale. L'autore sottolinea il fallimento delle politiche governative e propone l'adozione di misure alternative per il 38% della popolazione carceraria che deve scontare pene residue inferiori ai due anni e mezzo. Questa crisi evidenzia l'urgente necessità di una riforma che riporti la dignità e la funzione rieducativa al centro del sistema penale italiano.

di Bruno Carrà*
piacenzasera.it, 14 gennaio 2026
Sovraffollamento, strutture fatiscenti, indifferenza e silenzi politici. Così si fotografa il bilancio di un sistema penitenziario allo stremo, fuori controllo e lontano da diritti e reinserimento. Alla fine di novembre 2025 le carceri italiane contavano 63mila e 868 persone detenute, quasi duemila in più rispetto a dodici mesi prima, a fronte di una capienza effettiva di 46.124 posti (700 in meno di quelli che si conteggiavano all’inizio del 2025): il tasso di sovraffollamento medio ha così raggiunto il 138,5 per cento. Le pene non possono mai consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, così sancisce il terzo comma dell’art. 27 della Costituzione italiana. Le condizioni del sistema penitenziario italiano inducono a richiamare una questione ineludibile di civiltà. Nel carcere di Piacenza, per venire nel nostro territorio, i detenuti presenti sono 543 per una capienza di 414 posti, il 131,1%.
Degrado dietro le sbarre - I numeri raccontano situazioni di detenzione critiche e condizioni materiali sempre più degradate. Nel 42,9 per cento delle carceri dove si è fatto un sopralluogo non sono garantiti i tre metri quadrati di spazio vitale per persona e mancano condizioni igieniche adeguate. A tutto questo si aggiungono carenze strutturali negli spazi per la socialità, la scuola, la formazione e il lavoro, elementi che la Costituzione indica come centrali nel percorso di rieducazione e reinserimento. Non ci sono diritti che dovrebbero esserci, anche per coloro che hanno sbagliato e stanno pagando il loro debito con la giustizia e la società. Ma la condizione di vita in carcere oggi non dà concrete possibilità di rieducazione e recupero sociale, essendo il sistema carcerario nazionale alle prese con criticità insostenibili. Il dato più drammatico resta quello delle morti. Nel 2025 in Italia sono decedute in carcere 238 persone, di cui 79 per suicidio. Il carcere italiano è ormai ridotto a un contenitore di corpi e ha abdicato alla funzione di reinserimento sociale prevista dalla Costituzione. Il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni, con tensioni crescenti e un silenzio assordante delle istituzioni.
Secondo il Rapporto sulla situazione delle carceri “Antigone”, Associazione nata per i diritti e le garanzie del sistema penale e fondata nel 1991, l’aumento dei detenuti non è legato a una crescita della criminalità. Nel primo semestre del 2025 i reati denunciati sono diminuiti del 4,8 per cento rispetto all’anno precedente. A crescere è l’uso della detenzione come risposta quasi esclusiva ai conflitti sociali, alle fragilità e alle marginalità. Intanto il piano carceri annunciato dal governo Meloni è un fallimento ed ha prodotto l’effetto opposto a quello promesso, con una perdita netta di posti e un sovraffollamento strutturale che sfiora le 18mila unità mancanti, causando spazi fatiscenti ed invivibili. Un rapporto impietoso dove si rende manifesto senza sconti le inadempienze del Governo che non fa nulla per porre rimedio al sovraffollamento degli istituti penitenziari. Grave quindi anche la situazione del personale. In molti istituti mancano direttori a tempo pieno e i rapporti tra detenuti, agenti ed educatori diventano insostenibili. E’ un duro lavoro quello dietro le sbarre, e i lavoratori e le lavoratrici all’interno dei penitenziari sono lasciati soli, con un carico di lavoro molto pesante. Si assommano turni di lavoro, si saltano turni di riposo e ferie. In questo contesto aumentano autolesionismo, tentativi di suicidio e isolamento disciplinare, mentre il disagio psichico viene spesso gestito con un uso massiccio di psicofarmaci. E’ del tutto evidente ed incontestabile che il quadro e il degrado esistente disegna una precarietà gravissima della vita di chi vive il carcere, siano essi detenuti o coloro che lavorano in quelle specifiche strutture. Non si prova ad intervenire cercando una soluzione vera e strutturale al problema del sovraffollamento degli istituti di detenzione perché se la tendenza è quella di aumentare i reati penali e le aggravanti, è certo che non vi è nessun interesse a fronteggiare concretamente la questione del sovraffollamento, e questo appare francamente inaccettabile.
Eppure una via d’uscita esiste. Il 38 per cento delle persone detenute ha una pena residua da scontare non superiore ai due anni e mezzo e potrebbe accedere a misure alternative. Non sono una rinuncia alla pena, ma una modalità più efficace e costituzionalmente orientata, capace di ridurre la recidiva e aumentare la sicurezza collettiva. Ignorare questa realtà significa accettare lo status quo. Molti detenuti poi sono tossicodipendenti e ci sono rinchiusi anche persone con sofferenze mentali, quindi soggetti incompatibili con le restrizioni di un carcere (in altri luoghi dovrebbero vivere questi individui), senza contare l’annosa questioni delle madri di bambini e bambine di piccolissima età. Queste madri dovrebbero stare fuori dallo stigma del carcere con la loro prole. Se non si porranno soluzioni a queste situazioni il carcere resta un luogo di sofferenza inutile, lontano dalla legge fondamentale del Paese. Per queste ragioni l’emergenza carcere, ancorché in crescita, va affrontata e risolta, non minimizzata come fa incredibilmente il Ministro della Giustizia Carlo Nordio.
*Responsabile Ufficio Anti discriminazioni della Cgil di Piacenza