Firenze. Cambiare le cose perché la città non si vergogni del proprio carcere

Riassunto

L'articolo denuncia le condizioni disumane del carcere di Sollicciano, segnato da emergenze strutturali croniche, sovraffollamento e temperature estreme che rendono la detenzione una criticità permanente. Nonostante l'istituzione di un tavolo comunale per il reinserimento e la salute dei detenuti, l'autore evidenzia come servano interventi immediati e straordinari piuttosto che semplici promesse di fondi futuri. Viene richiamata la responsabilità delle autorità locali, come il Comune e la ASL, affinché agiscano concretamente per garantire dignità e salute a chi vive e lavora nella struttura. Questa situazione solleva una questione critica sulla necessità di passare dalle discussioni istituzionali ad azioni coraggiose per risolvere l'emergenza carceraria.

di Stefano Fabbri
Corriere Fiorentino, 14 gennaio 2026
Per Sollicciano, che in questo periodo è un Regno dei Ghiacci tanto da far concorrenza alla contesa Groenlandia, più che un tavolo servirebbe una stufa. Ma per il momento si è scelto di privilegiare un diverso elemento di arredo, completo di sedie ciascuna delle quali riservata a chi istituzionalmente ha competenze più prossime sull’istituto. Ma fuori da ogni ironia va detto che lo strumento di cui ha voluto dotarsi l’amministrazione comunale potrà avere - se lo si vorrà - un ruolo positivo nel medio periodo. I temi dell’alloggio per chi ha finito la pena, dei permessi di soggiorno per coloro che magari hanno costruito nel periodo di detenzione un nuovo presente di integrazione e di lavoro, un’attenzione più marcata per le persone con problemi sanitari e in particolare di tipo psichiatrico non a caso sono stati al centro del primo incontro.
Nel percorso di reinserimento di chi è stato condannato, il dopo è importante quanto il durante: perché è un dopo fatto di vuoto e solitudine, in cui non c’è neanche quella che sarebbe ridicolo chiamare la comfort-zone del sapere che, almeno, hai qualcuno a cui fare “domandina”, cioè rivolgere una formale richiesta di aiuto che in carcere ha questo paradossale e grottesco diminutivo. Quando finalmente varchi il cancello di via Minervini per uscire auspicabilmente in maniera definitiva, di fronte hai soltanto un semaforo per attraversare la strada. Da solo.
E da solo devi cercare una casa e un lavoro. Quindi ben vengano i tavoli di tutte le dimensioni, foggia e stile. Ma per la prospettiva. Difficilmente potrà essere un tavolo con queste caratteristiche a risolvere una immediata drammaticità della vita dentro Sollicciano, per chi è recluso e per chi ci lavora. E che non può essere ricondotta a un malessere solo stagionale, per cui d’inverno si battono i denti con due gradi in alcune celle, come ha scritto Jacopo Storni qualche giorno fa su questo giornale, e d’estate si soffoca dal caldo. È vero che, per usare una tipica frase da ascensore, non-ci-sono-più-le-mezze-stagioni. Ma in questo caso, dalle infiltrazioni alle tubature inadeguate, da insetti e altri esseri viventi indesiderati in cella al sovraffollamento, dalle aree sgomberate per allagamento a una situazione igienica difficile per usare un eufemismo, c’è qualcosa di più, c’è un’emergenza continua.
Ovvero un ossimoro, poiché quando l’emergenza è continua cambia nome e si chiama criticità permanente. E di fronte a questo non si possono che immaginare provvedimenti straordinari, anche per la loro immediatezza, a cominciare dalla salute. I posti più importanti del tavolo sono occupati da autorità in materia, la Società della salute, la Asl ed il Comune, laddove il sindaco - giova ricordarlo - è la principale autorità sanitaria. Si può cominciare da qui? E si può pensare di lanciare l’intera città in un’operazione che cominci, ma adesso, a cambiare le cose perché Firenze non si vergogni del proprio carcere? Inutile cullarsi tra le promesse di fondi ministeriali che, al di là dell’altisonanza delle cifre annunciate, rischiano di essere quasi sempre gli stessi, riproposti più volte.
Ancora più inutile cercare la responsabilità nella direzione attuale - ma anche in gran parte di quelle precedenti - che non è dotata di bacchetta magica per risolvere da sola questa situazione. Le parole dell’ex cappellano Vincenzo Russo e di quello attuale Stefano Casamassima, dei sindacalisti della polizia penitenziaria, delle associazioni che si occupano di carcere e conoscono bene lo stato della struttura non fanno che confermare un’urgenza che ha bisogno anche di gesti importanti e coraggiosi che costringano tutti a guardare in faccia la realtà. Anche pensando al dopo, ma facendo qualcosa adesso. Possibilmente prima che il disgelo lasci il posto al gran caldo.