Santa Maria Capua Vetere (Ce). “Così, insieme a studenti e detenuti, disegno il murale più grande del mondo”

Riassunto

L'artista Alessandro Ciambrone ha realizzato un murale da record sul perimetro del carcere di Santa Maria Capua Vetere, intitolato "Muro della libertà". L'opera, che inizialmente ha visto Ciambrone dipingere in solitaria oltre 5.500 metri quadrati, si evolve ora in un progetto collettivo che coinvolge studenti, professionisti e detenuti. Attraverso colori e citazioni sui diritti umani, l'iniziativa mira a trasformare il muro di cinta in un ponte di comunicazione tra il mondo esterno e l'istituto penitenziario. Questo progetto sottolinea il ruolo fondamentale dell'arte come strumento di rieducazione e inclusione sociale, evidenziando come la creatività possa favorire il dialogo tra la società civile e il sistema carcerario.

di Manuela Galletta
La Stampa, 15 gennaio 2026
L’artista e architetto Alessandro Ciambrone racconta come abbia creato l’opera da Guinness sul perimetro del carcere di Santa Maria Capua Vetere: “La nuova fase? La partecipazione dei cittadini”. Un muro che diventa ponte. E che, attraverso i mille colori stesi sul cemento, porta il mondo più vicino a un non luogo per eccellenza, come se l’arte potesse allungare le mani oltre le sbarre e accorciare le distanze. Sul perimetro del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, prende forma un murale da Guinness dei primati che oggi si prepara a superare sé stesso: dopo aver conquistato il record mondiale per aver dipinto in solitaria oltre 5.500 metri quadrati di superficie, l’artista e architetto Alessandro Ciambrone apre l’opera alla partecipazione di studenti, professionisti, avvocati e detenuti, in un progetto reso possibile anche dal sostegno della direttrice dell’istituto penitenziario, Donatella Rotundo.
Così il Muro della libertà - che racconta 160 luoghi simbolo del pianeta e riporta parole di scrittori, Premi Nobel e artisti su pace, dignità e diritti umani - raggiunge il suo senso più alto: il muro non respinge più, ma avvicina. E restituisce, a chi l’ha perduta, l’idea che la libertà non sia soltanto uno spazio fisico, ma una possibilità da coltivare.
Ciambrone, il Muro della libertà nasce come un’impresa solitaria e oggi diventa un progetto collettivo. Come prende forma l’idea del murale e perché la scelta è ricaduta proprio sul carcere di Santa Maria Capua Vetere?
“Il mio obiettivo iniziale era superare il precedente primato certificato di 3.595 metri quadrati, realizzato a Bilbao. In seguito la direttrice del carcere di Santa Maria Capua Vetere mi ha contattato per coinvolgermi in un progetto e io ho rilanciato, proponendole di dipingere almeno 4.000 degli oltre 8.000 metri quadrati del perimetro del carcere, nel rispetto di tutti i requisiti richiesti dal Guinness World Record. Da lì sono nati il murale e, insieme ad esso, una serie di iniziative che si inseriscono nel solco del percorso di rieducazione del detenuto che la direttrice sta portando avanti”.
È stata anche un’impresa “estrema” dal punto di vista umano: per due mesi ha vissuto all’interno del carcere...
“Questo progetto è stato possibile grazie alla visione della direttrice, che ha saputo cogliere l’universalità del messaggio e mi ha dato piena fiducia. La commissione del Guinness aveva approvato inizialmente un murale di 4.000 metri quadrati e, per rispettare i tempi, ho chiesto di essere ospitato in carcere per due mesi. Le mi ha assegnato uno degli alloggi della Polizia penitenziaria all’interno dell’istituto. Lavoravo dalle sei del mattino alle nove di sera, ogni giorno, sedici ore di murale. Mangiavo in mensa, vivevo lì. Sole, pioggia, qualsiasi condizione: non mi sono mai fermato”.
Anche dal punto di vista tecnico è stata un’impresa impegnativa...
“Ho lavorato completamente da solo con una piattaforma aerea, salendo dai due metri fino a sette metri e mezzo di altezza, a pochi centimetri dal muro. Dovevo guidare la piattaforma, salire, scendere, avanzare. Era fondamentale dimostrare che l’opera fosse stata realizzata interamente in solitaria, come richiesto dal Guinness World Record”.
Il murale si intitola Muro della libertà. Che cosa rappresenta per lei la libertà?
“La libertà ha scandito tutta la mia vita e le mie scelte. È prima di tutto una condizione mentale. E l’arte, più di ogni altra cosa, rende liberi”.
Oggi il Muro della libertà si apre alla partecipazione di studenti, ordini professionali, cittadini. Perché questo passaggio?
“Ciò che caratterizza la mia arte è il processo partecipativo. Io cerco di rigenerare luoghi e quartieri attraverso l’arte. Far entrare studenti, docenti, architetti, avvocati, cittadini e detenuti nel carcere a dipingere insieme significa diffondere un principio: l’arte è comunicazione. Non importa se viene perfetto o no. Importa partecipare”.
Cosa significa per i detenuti partecipare a questo progetto?
“Anche stando in carcere ci si può sentire liberi. La pittura libera la mente. Dal 2021 ho lavorato in dieci carceri e ho visto cosa succede quando i detenuti dipingono. Durante questo progetto abbiamo realizzato un documentario che si chiama Libero dentro. Ho visto detenuti piangere dalla felicità. Quando, finito il record, abbiamo dipinto insieme alcune aree interne del carcere, uno di loro ha detto: “Vorrei che i miei compagni là dentro provassero quello che ho provato io oggi qua fuori”. Lo ha detto in lacrime. Dentro e fuori il carcere il vento è diverso, e loro lo sentono”.
Nella nuova fase del progetto in che modo saranno coinvolti i detenuti?
“Da lunedì abbiamo iniziato a coinvolgere pezzi di società civile come studenti, professionisti e avvocati per il completamento del muro. Poi entreremo all’interno del carcere per dipingere le facciate degli edifici dove si affacciano le celle: a questa fase parteciperanno i detenuti, loro lavoreranno con me. I detenuti vedranno così le loro celle tutte colorate. Il carcere diventerà uno dei più colorati del mondo, fuori e dentro”.
Lei parla spesso della “poeticità” dell’arte, anche in contesti complicati…
“Sì, perché l’arte riesce ad elevare chiunque. Ho visto persone condannate per reati gravissimi arrivare a una profondità di pensiero incredibile attraverso il colore. L’arte rende felici. Lo vedo con i detenuti, con i bambini oncologici, con i bambini autistici o paraplegici: quando dipingono, ridono. E quella felicità è reale”.
Il colore ha quindi anche un valore terapeutico?
“Assolutamente sì. Dai colore dove il colore serve davvero. Nei reparti oncologici, negli ospedali, nelle carceri. Ricevo continuamente messaggi da malati e familiari che mi ringraziano perché quei colori, anche solo per un momento, alleviano il dolore. Il colore ha un senso profondo, umano”.
Cosa spera che resti a chi partecipa a questa esperienza?
“Le emozioni. Vedo un entusiasmo incredibile: nessuno vuole smettere di dipingere. Chi partecipa si porta dentro qualcosa di positivo. Il segno sul muro resta, ma soprattutto resta il pensiero di aver fatto qualcosa per gli altri. Io non voglio risolvere i problemi del carcere, voglio accendere una miccia di entusiasmo. Le persone si salvano con l’amore, con la fiducia, con le emozioni. Nessuno si salva da solo”.