Catania. Carceri e lavoro, dall’Università una spinta per la seconda chance

Riassunto

Il progetto PriTJP, promosso dall’Università di Catania in collaborazione con l'associazione Seconda Chance, ha concluso una ricerca pionieristica sull'inserimento lavorativo dei detenuti in Sicilia e Calabria. Attraverso l'uso della piattaforma digitale Amelia, lo studio ha rilevato una forte motivazione al cambiamento tra le persone recluse, evidenziando però la necessità di colmare lacune educative e fragilità sociali. Il modello proposto mira a trasformare la detenzione in un percorso di rieducazione e formazione imprenditoriale, superando la logica della mera espiazione della colpa. Questo studio sottolinea la necessità cruciale di integrare il tessuto imprenditoriale e formativo per garantire una reale inclusione sociale e abbattere lo stigma verso gli ex detenuti.

ivespri.it, 15 gennaio 2026
Uno spiraglio di luce sul mondo carcerario. Arriva da Catania e dall’attenzione dell’Università di Catania per il sociale. Nell’ambito del progetto internazionale Grins - un acronimo che tradotto diventa “Per una crescita resiliente, inclusiva e sostenibile” - l’ateneo etneo ha affidato una ricerca specifica all’associazione del terzo settore Seconda chance, nata oltre tre anni fa proprio per costruire un ponte fra aziende e realtà carceraria e creare opportunità di lavoro. Il progetto PriTJP - Prison Training for Job Placement, ovvero Formazione carceraria per l’inserimento lavorativo - ha concluso il suo percorso alla fine di quest’anno e i risultati portano ad aprire nuovi scenari su formazione e lavoro per le persone prive di libertà.
Una ricerca, quella voluta dal dipartimento di Economia di UniCt, per certi versi unica in Italia e che apre nuove prospettive e ulteriori campi di ricerca in un settore dimenticato della nostra società. Lo spunto lo dà anche un nuovo strumento phygital come spiega il professor Marco Romano, ordinario di Economia e Gestione delle Imprese, e fra i responsabili del progetto Grins: “Con la piattaforma Amelia creiamo un’infrastruttura digitale di ultima generazione concepita per raccogliere, integrare, elaborare e condividere grandi volumi di dati, spesso eterogenei e frammentati. Sviluppata dalla rete di università, enti pubblici e privati che compone Grins, offre soluzioni nuove rispetto ai processi decisionali tradizionali che risultano frequentemente ostacolati da dati parziali, obsoleti o difficilmente accessibili. Colma il divario mediante un ecosistema digitale dinamico e integrato, aperto anche ad associazioni, come Seconda Chance, che ci consente di avere un legame diretto e una lettura scientifica di una realtà complessa come quella delle carceri”.
A proposito di dati da analizzare e approfondire attraverso Amelia, il gruppo di lavoro di Seconda chance ha raccolto oltre trecento questionari somministrati nelle carceri di Sicilia e Calabria, un lavoro statistico svolto in profondità. Una ricerca quantitativa e qualitativa ha permesso di ricostruire un quadro articolato: la popolazione detenuta indagata presenta una forte motivazione al cambiamento, aspirazioni professionali concrete e un interesse elevato per percorsi formativi e imprenditoriali; allo stesso tempo emergono bassi livelli medi di istruzione, scarsità di risorse economiche, fragilità psico-fisiche e reti sociali deboli, soprattutto nei contesti territoriali più deprivati del Mezzogiorno.
Conoscere da vicino i vissuti personali delle persone detenute ha consentito di comprendere meglio le aspettative rispetto alla vita “fuori” e di individuare come il tessuto imprenditoriale potrebbe contribuire al reinserimento, se adeguatamente sostenuto, informato e coinvolto. Risulta quindi centrale un’analisi sociologica dell’importanza della formazione in carcere: è questo lo strumento capace di incidere sulle dinamiche di marginalizzazione, ridurre le disuguaglianze e aprire reali possibilità di reinserimento sociale e lavorativo. Sottolinea Pierdonato Zito, sociologo ed ergastolano, componente del gruppo di ricerca: “Formare significa includere, costruire una società più solidale e meno ostile, contrastare lo stigma e offrire percorsi mirati attraverso i quali la persona detenuta può riattivare processi di socializzazione, rafforzare l’autostima, sviluppare competenze professionali e immaginare un futuro diverso dal passato deviante. In questo senso, la formazione non ha solo implicazioni pratiche (accesso a un lavoro), ma incide sulle dimensioni motivazionali, psicologiche e identitarie. Occorre superare una visione del carcere come semplice luogo in cui ‘scontare una colpa’, per trasformarlo in un ambiente capace di utilizzare il tempo di detenzione come occasione di rieducazione, formazione e ricostruzione di legami sociali positivi”.
La ricerca di Seconda chance propone un modello che fa dialogare formazione professionale, educazione civica, educazione finanziaria, accompagnamento all’autoimpiego e sostegno psicologico. La formazione non può limitarsi al “trovare un posto di lavoro fuori”, ma deve puntare a una vera educazione all’imprenditorialità, intesa come capacità di progettare, prendere decisioni, assumere responsabilità, leggere le opportunità e i vincoli del mercato in modo legale e sostenibile.  Il plauso all’iniziativa di Unict e Seconda Chance è arrivato anche dall’Arcivescovo Metropolita di Catania, Monsignor Luigi Renna: “Il problema non è solo essere liberi dalle carceri, queste persone che abbiamo incontrato non sono sempre state libere di lavorare per tanti condizionamenti, a volte sono state assoldate dalla criminalità organizzata. Altri hanno concepito il lavoro come qualcosa che badasse al profitto. Il vero lavoro libera l’uomo e gli dà l’opportunità di crescere e guardare al futuro con grande speranza”.
In seno a Seconda chance, il responsabile regionale Maurizio Nicita guarda avanti: “La nostra ricerca è un punto di partenza, deve diventare uno stimolo per tutti. Perché la realtà dimostra che c’è tantissimo da lavorare. Ringraziamo l’Università di Catania per l’opportunità. E le conoscenze acquisite ci portano a dire che c’è ulteriore necessità di sensibilizzare il mondo della ricerca a progettare indagini e interventi che non si fermino alla raccolta dati, ma costruiscano modelli formativi replicabili, efficaci e valutabili nel tempo.
Ciò implica anche lo sviluppo di una “pedagogia per i detenuti” capace di superare la semplice replica di modelli scolastici tradizionali, valorizzando metodologie attive, personalizzazione dei percorsi, uso mirato del tempo detentivo come risorsa e non come puro contenitore.
La formazione che educa e l’educazione che forma: un nuovo paradigma che vede l’intreccio sistematico della necessità di formare mentre si rieduca la persona detenuta. Inoltre, occorre maggiore apertura mentale da parte delle aziende e delle loro associazioni. Oggi assumere una persona priva di libertà non è un atto di coraggio, ma semplicemente una operazione conveniente per tutti. Perché le imprese godono di sgravi fiscali e le statistiche ci dicono che il lavoro abbatte sensibilmente la recidiva sui reati. Se vogliamo una società migliore, bisogna ripartire anche da qui”.