Bari. Il Garante regionale dei detenuti: “Con sovraffollamento avvilite iniziative di recupero”

Riassunto

Piero Rossi, garante dei detenuti della Puglia, è intervenuto sul caso di Giuseppe Lacarpia, ucciso nel carcere di Bari da altri detenuti nonostante il decesso fosse inizialmente apparso come un suicidio. Rossi ha spiegato che, per chi compie reati considerati odiosi, esistono circuiti di protezione necessari per evitare ritorsioni dettate dai codici d'onore interni alla popolazione carceraria. Tuttavia, il cronico sovraffollamento delle strutture rende spesso impossibile garantire tale sicurezza, limitando l'efficacia della sorveglianza e la disponibilità di spazi protetti. Questa vicenda mette in luce come il sovraffollamento non sia solo un problema di vivibilità, ma una condizione che mina seriamente la sicurezza e l'incolumità fisica all'interno degli istituti di pena.

Adnkronos, 16 gennaio 2026
“Le regole di ingaggio negli istituti di pena, per ordinamento penitenziario e anche per prassi, sono quelle di creare comunque situazioni di protezione per i detenuti cosiddetti ‘precauzionali’, tra i quali ci sono anche le persone autrici di reati particolarmente odiosi come nei confronti dei bambini e delle donne. Il sovraffollamento è una condizione che avvilisce qualsiasi tipo di iniziativa”. Lo dice Piero Rossi, garante dei detenuti della Regione Puglia, a proposito dei due arresti effettuati questa mattina dalla Squadra Mobile della Questura di Bari in esecuzione di un provvedimento cautelare emesso dal gip del tribunale del capoluogo pugliese, su richiesta della Procura della Repubblica, di due persone, di 24 e 45 anni, accusate entrambe di tentato omicidio e il secondo anche di omicidio, avvenuti nel carcere di Carrassi a ottobre del 2024 per impiccamento. All’inizio erano apparsi come suicidi, ma, specie sulla morte del 65enne, Giuseppe Lacarpia, arrestato 15 giorni prima per il femminicidio della moglie a Gravina in Puglia, erano sorti dei sospetti sulla dinamica dei fatti.
“Prendiamo atto del fatto che il fenomeno del suicidio in carcere rimane comunque assolutamente un problema all’ordine del giorno”, premette Rossi. “In questa circostanza si tratta di stabilire le ragioni per cui queste persone sono state aggredite e una uccisa”. Sembrerebbe da escludere che c’entri in qualche modo la criminalità organizzata. È noto, invece, che in carcere vige “una sorta di codice d’onore per cui si tende a punire in un modo o nell’altro” chi si rende autore di reati particolarmente odiosi come “le violenze contro le donne e i bambini. Questa è la ragione per cui vengono ‘circuitati’ in condizioni di protezione”, spiega Rossi. “Altra cosa è poi la sorveglianza a vista o comunque più o meno intensa per le persone che sono state rilevate come a rischio di suicidio o che abbiano già messo in atto condotte suicidarie o autolesive. Che sia l’uno o l’altro, in questa situazione disperata e disastrosa - continua il garante - non è detto che ci siano gli spazi adeguati per dar seguito a questo tipo di manovre”.
Non è detto che Lacarpia sia stato eliminato per un intento punitivo per quello che aveva fatto alla moglie. In ogni caso era stato collocato in una cella con diversi detenuti. La sua condizione psicologica era certamente precaria. “In effetti questa è un’altra di quelle circostanze nelle quali possiamo pensare che il sovraffollamento non ha a che fare solo con la confortevolezza residenziale”, sottolinea Rossi. “Anche con quella, indubbiamente, ma ha una serie di ricadute: meno accesso ai benefici per tutti, meno accesso al lavoro per tutti, meno accesso alla salute per tutti e meno pratiche di protezione per tutti. Quando non si può ragionare, perché asfissiati dal sovraffollamento - si chiede - cosa ti puoi inventare?
Normalmente per questo tipo di reati e per i detenuti precauzionali e particolarmente esposti - specifica il garante - c’è un circuito di protezione a parte che è un gran calderone: delitti di particolare odiosità, collaboratori di giustizia, gli ex appartenenti alle forze dell’ordine. In certi casi possono anche non bastare le misure di protezione, tutte interne all’amministrazione penitenziaria, nella misura in cui il sovraffollamento riguarda anche loro; in altri casi, magari, ma non conosco il caso specifico, non si riesce neanche a circuitarli materialmente in quell’altro circuito perché il sovraffollamento è una condizione che avvilisce qualsiasi tipo di iniziativa. E torniamo sempre al punto di partenza”.