Bari. Giuseppe Lacarpia non si suicidò ma venne strangolato nella sua cella

Riassunto

Le indagini sulla morte di Giuseppe Lacarpia, avvenuta nel carcere di Bari nel 2024, hanno rivelato che l'uomo non si è suicidato, ma è stato strangolato da due compagni di cella. Il delitto sarebbe maturato per motivi futili, legati al fastidio dei conviventi per i comportamenti e le preghiere notturne della vittima, in un clima di degrado e violenza sistematica. Il procuratore Roberto Rossi ha denunciato come il sovraffollamento carcerario renda estremamente difficile la tutela dei diritti e della sicurezza individuale garantiti dalla Costituzione. Questa drammatica vicenda evidenzia la necessità urgente di riforme strutturali per garantire la dignità umana e la legalità all'interno delle carceri italiane.

di Giuseppe Di Bisceglie
Corriere del Mezzogiorno, 16 gennaio 2026
Il 65enne di Gravina arrestato nell’ottobre 2024 dopo aver ucciso la moglie, non si suicidò nel carcere di Bari ma venne strangolato nella sua cella. Non è stato il rimorso a stringere il cappio attorno al collo di Giuseppe Lacarpia, il sessantacinquenne di Gravina di Puglia morto nel carcere di Bari dove era detenuto per aver ammazzato la moglie, Maria Arcangela Turturo, nell’ottobre del 2024. Quella che per quindici mesi è stata archiviata come la resa definitiva di un uomo schiacciato dalla colpa, si è rivelata oggi un’esecuzione brutale, consumata nel silenzio della cella numero 2 bis del penitenziario barese. Un delitto maturato nel degrado, per motivi che gli inquirenti non esitano a definire di una “pochezza umana raccapricciante”.
Le indagini della Squadra Mobile, coordinate dalla Procura di Bari, hanno portato all’arresto di due detenuti baresi, che con Lacarpia condividevano la cella: il quarantacinquenne Saverio Scarano e il ventiquattrenne Vincenzo Guglielmi. Sul primo pende l’accusa più grave, quella di omicidio volontario, mentre entrambi devono rispondere di un precedente tentato omicidio ai danni di un altro compagno di cella, un ventottenne salentino, avvenuto pochi giorni prima della morte di Lacarpia. La notte tra il 22 e il 23 ottobre 2024, Lacarpia fu trovato privo di vita, impiccato alle sbarre del letto. Sembrava il tragico epilogo di una vicenda nerissima: l’uomo era entrato in carcere solo due settimane prima, dopo aver dato fuoco alla moglie in auto e averla finita a mani nude mentre lei tentava disperatamente di salvarsi.
La notizia della sua morte era stata accolta con ferocia dai social, dove persino una delle figlie, Antonella, aveva commentato con emoticon festanti. Ma dietro quel presunto gesto estremo si nascondeva un agguato. Secondo la Procura, Lacarpia sarebbe stato aggredito nel sonno. Scarano lo avrebbe sorpreso alle spalle, strangolandolo con un laccio e solo successivamente avrebbe allestito la scena del suicidio, legando il corpo alla testiera del letto. Il movente, emerso dalle testimonianze e dai rilievi tecnici, è agghiacciante: Lacarpia “dava fastidio, parlava da solo, anche di notte, pregava in continuazione, non eseguiva gli ordini di sedersi a mangiare, c’era cattivo odore nella cella”. Un “rumore di fondo” che Scarano avrebbe deciso di eliminare fisicamente, tra quelli che i testimoni descrivono come “risolini” di scherno. L’inchiesta ha svelato un clima di violenza sistematica all’interno della cella, occupata da otto persone detenute per reati sessuali o contro la persona.
Solo tre giorni prima del delitto Lacarpia, il 19 ottobre, lo stesso duo avrebbe tentato di uccidere Mirko Gennaro, 28 anni. Il giovane era stato pestato e appeso alle sbarre con corde ricavate dalle lenzuola perché cercava di imporsi come “boss” del gruppo. Gennaro si salvò solo perché svenne, inducendo gli aggressori a credere che fosse già morto. Anche in quel caso, i due indagati chiamarono i soccorsi simulando un tentativo di autolesionismo per precostituirsi un alibi. “Mi avevano ordinato: oggi ti impicchi”, denunciò il sopravvissuto.
“Il carcere è un mondo di sofferenza. Suicidi e omicidi sono all’ordine del giorno. Il sovraffollamento è un problema serio per la difesa dei diritti e certamente non è una condizione per prevenirli”, ha commentato con amarezza il procuratore capo di Bari, Roberto Rossi. Nel denunciare e la scarsa attenzione della società verso le strutture penitenziarie, Rossi ha ribadito un principio costituzionale cardine: “Qui le vittime sono in qualche modo anche loro carnefici, perché sono detenuti per reati gravi, ma per noi le persone sono tutte uguali. Il nostro ruolo è la difesa dei diritti di ciascuno, in qualsiasi luogo, razza, modo di vivere, perché sono i principi che la Costituzione ci ha posto come obbligo. Difendere la costituzione è il nostro lavoro quotidiano”. Sconcerto è stato espresso anche dai legali della famiglia Lacarpia. L’avvocato Gioacchino Carone ha ammesso la sorpresa per l’esito delle indagini: “Sospettavamo carenze nella vigilanza, ma non immaginavamo che Giuseppe Lacarpia fosse stato ucciso”.