Non solo Magherini, c’è un altro caso italiano su cui si attende una sentenza della Cedu
Riassunto
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sta esaminando il caso di Vincenzo Sapia, morto nel 2014 dopo un violento intervento di contenimento da parte dei carabinieri. Nonostante la giustizia italiana abbia archiviato l'indagine classificando il decesso come morte naturale, la famiglia ha presentato ricorso a Strasburgo denunciando un uso della forza sproporzionato. La Cedu ha chiesto chiarimenti al governo italiano sulla formazione degli agenti e sull'obiettività delle indagini interne condotte a livello nazionale. Questo caso solleva interrogativi cruciali sulla responsabilità dello Stato nella protezione dei cittadini vulnerabili e sulla trasparenza dei procedimenti penali in Italia.
Il Manifesto, 16 gennaio 2026
La Corte di Strasburgo dovrebbe esprimersi a breve sulla vicenda di Vincenzo Sapia, morto in seguito a un controllo di polizia. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) ha condannato l’Italia a risarcire i familiari di Riccardo Magherini, che nel 2014 morì dopo essere stato immobilizzato da alcuni carabinieri. Ma il caso potrebbe non rimanere isolato. È infatti al vaglio della Cedu anche la vicenda di Vincenzo Sapia. Sapia era affetto da disturbi schizo-affettivi, soffriva di allucinazioni, manie di persecuzione e deliri. Il 24 maggio del 2014 stava cercando di forzare una porta nel centro di Mirto Crosia, sulla costa ionica cosentina, convinto che all’interno si trovasse il suo cane con cui andava sempre a spasso.
Al momento dell’intervento dei carabinieri, con richiesta di esibire i documenti, Sapia prese a spogliarsi per dimostrare che ne fosse sprovvisto. Scoppiò un alterco. Pare che Sapia, preso dal panico, abbia messo a segno un paio di cazzotti per poi essere bloccato. Venne preso per il collo, avvinghiato da dietro. Anche il sindaco del paese, passato di lì, a un certo punto provò a calmarlo. Ma il ragazzo riuscì a scappare. Pochi metri e la sua corsa ebbe fine sull’asfalto per via dello sgambetto di un terzo militare. Fu trattenuto per il collo e per i capelli, bloccato dal torace e dalle gambe. Prima un ginocchio, poi un piede sulla schiena. Riuscirono anche ad ammanettarlo solo per una mano. A quel punto Sapia non faceva più resistenza. Venne allertato il 118. Tutto vano: alle 13.30 il decesso.
I magistrati inquirenti, al termine delle indagini preliminari, metteranno nero su bianco che la morte sarebbe stata determinata “da alterazioni elettriche al cuore in un soggetto con il cuore messo male da coronosclerosi, coagulopatia, ipertrofia cardiaca, trombosi coronarica e minato dagli psicofarmaci”. Tutto ciò per escludere l’asfissia da manovre violente. Insomma, un infarto, una morte improvvisa con relativa richiesta di archiviazione. Una delle tante strane “morti accidentali” di cui è piena la cronaca poliziesca.
Dopo un cursus giudiziario di ben 9 anni, il gip ritenne alla fine fondata la richiesta di archiviazione del pm in quanto non suffragata da sufficienti elementi probatori. Nell’ordinanza del 5 marzo 2021 si legge che nell’immobilizzazione i poliziotti avrebbero adottato manovre di contenimento tali da escludere “l’attribuzione del decesso ad un’asfissia posizionale”. La famiglia Sapia, con la battagliera sorella di Vincenzo, Caterina, si è affidata agli avvocati Fabio Anselmo e Alessandra Pisa, che hanno adito la Corte di Strasburgo.
Come nel caso Magherini uno dei quesiti posti dalla Cedu al governo, e che il manifesto ha potuto visionare, riguarda le regole che gli agenti devono seguire quando trattengono qualcuno al suolo chiedendo se il decesso di Sapia sia derivato da un uso della forza “assolutamente necessario e strettamente proporzionato al raggiungimento degli scopi di cui ai capoversi del paragrafo 2 dell’articolo 2 della Convenzione”, “se le autorità nazionali abbiano rispettato il loro obbligo positivo di proteggere la vita del congiunto dei ricorrenti che era in uno stato di particolare vulnerabilità”; “se lo stato italiano fosse dotato delle necessarie misure legislative, amministrative e regolamentari che definiscono le circostanze limitate in cui le forze dell’ordine possono usare la forza” ; “se le autorità nazionali abbiano rispettato il loro obbligo positivo di formare gli agenti delle forze dell’ordine in modo tale da garantire loro un elevato livello di competenza riguardo alla loro condotta professionale in modo che nessuno sia sottoposto a un trattamento contrario alla Convenzione”.
Riguardo al profilo procedurale la Corte ha chiesto altresì al governo italiano di chiarire se nel caso Sapia le conclusioni dell’indagine interna siano state basate su un’analisi approfondita, obiettiva e imparziale di tutti gli elementi rilevanti e se il processo investigativo sia stato condotto con ragionevole celerità, come richiesto dalla giurisprudenza della Corte. La sentenza è attesa a breve.