Il dibattito sul referendum non aiuta a capire cosa sia meglio tra Sì e No

Riassunto

Renato Balduzzi riflette sull'imminente referendum costituzionale relativo alla riforma Nordio, sottolineando l'importanza di una corretta educazione costituzionale per orientare consapevolmente gli elettori. L'autore evidenzia come l'attuale dibattito sia spesso confuso e privo di analisi approfondite sul reale impatto della riforma, che mira a riequilibrare i rapporti tra politica e magistratura incidendo sul ruolo del CSM. Egli auspica il passaggio da una comunicazione caotica a un'agorà di confronto rispettoso, centrato sul nucleo delle questioni giuridiche e istituzionali in discussione. Questa riflessione pone l'accento sulla necessità di una maggiore consapevolezza civica per affrontare una scelta cruciale per l'equilibrio dei poteri dello Stato.

di Renato Balduzzi
Avvenire, 16 gennaio 2026
Dovremmo riuscire a passare dalla Babele attuale, caratterizzata da confusione di lingue e approcci, a un’agorà, una piazza comunicativa dove ci si rispetti e si discuta sul nucleo delle questioni. Mentre la raccolta delle firme appoggiate dai Comitati per il No al referendum costituzionale sulla cosiddetta riforma Nordio supera agevolmente, in poche settimane, la soglia delle 500.000 (attestando una volontà di partecipazione popolare che dovrebbe essere bene accolta un po’ da tutti, quale che sia l’orientamento nel merito), la discussione pubblica continua a essere assai accesa e sarebbe il momento adatto per aiutare l’intero corpo elettorale a farsi un’idea precisa della tematica in discussione, così da orientarsi in vista del voto del 22-23 marzo. Quanti elettori sanno distinguere tra magistrati giudicanti e requirenti, conoscono ruolo, funzioni e composizione del Consiglio superiore della magistratura, hanno chiaro il significato e i limiti del cosiddetto autogoverno della magistratura o sono consapevoli del senso e della delicatezza della responsabilità disciplinare del magistrato e della sua differenziazione da quella penale o civile? Bastano queste poche domande per comprendere la formidabile occasione che la discussione referendaria rappresenta, in un Paese dove alla qualità unanimemente apprezzata della Costituzione non si è mai accompagnata una corrispondente e capillare educazione costituzionale.
Purtroppo, ancora una volta, rischiamo di partire con il piede sbagliato, trasformando un’importante occasione di crescita complessiva della cultura costituzionale del Paese in una confusa discussione nella quale ciò che conta è denigrare l’opposto orientamento e non invece permettere al lettore di apprezzare i motivi e i termini del quesito proposto agli elettori. Sotto quest’ultimo profilo, rilevo di passaggio che il testo del quesito, come suggerito dai Comitati per il No, appare maggiormente in grado, rispetto a quello proposto dai parlamentari di entrambi gli schieramenti, ammesso dalla Cassazione e incluso nel decreto presidenziale di indizione, di consentire all’elettore attento di cogliere la portata della revisione da approvare o da respingere e la sua incidenza sull’equilibrio costituzionale vigente.
In questa falsa partenza, si sono distinti negli ultimi giorni alcuni fautori del Sì, commentatori anche solitamente attenti ed equilibrati i quali tuttavia, in tale circostanza, non mi pare stiano facendo un buon servizio ai loro lettori o ascoltatori. Che senso ha mescolare citazioni estrapolate frettolosamente e casualmente dagli Atti dell’Assemblea costituente con le opinioni dei promotori del nuovo processo penale della fine degli anni Ottanta, senza tenere conto del complessivo esito del lavoro che ha portato al modello costituzionale di magistratura e di Csm, o della diversissima attuazione ed applicazione che la riforma del processo ha conosciuto in questi quasi quattro decenni?
Se si vuole controbattere alle preoccupazioni circa l’impatto della revisione sull’indipendenza della magistratura, dobbiamo partire dall’analisi delle motivazioni e del significato complessivo della revisione stessa, che sono, come si ricava dai documenti preparatori e dall’interpretazione “autentica” datane dai proponenti, quelli di “riequilibrare” i rapporti tra politica e magistratura a beneficio della prima, incidendo sul ruolo, la funzione e la fisionomia del Csm. Su tutto ciò, neanche una riga: da qui la confusione per gli elettori. Domanda forse retorica: siamo ancora in tempo a passare da Babele, cioè dalla confusione delle lingue e degli approcci, all’agorà, cioè a una piazza comunicativa dove non soltanto ci si rispetti, ma si discuta sul nucleo delle questioni?