Migranti. Cpr, i numeri che smontano le retoriche del Governo

Riassunto

Un rapporto del Tavolo asilo e immigrazione rivela che i Centri di permanenza per rimpatri (Cpr) in Italia sono strutturalmente sottoutilizzati, con una capienza effettiva calata del 18,3% negli ultimi tre anni. Nonostante il governo intenda potenziare queste strutture, meno della metà dei trattenuti viene effettivamente rimpatriata, segnando il tasso di efficacia più basso di sempre (41,8%). Il documento critica la gestione della detenzione amministrativa, evidenziando come i centri risultino funzionalmente fallimentari e sempre più spesso contestati dall'autorità giudiziaria. Questa situazione mette in luce una profonda discrepanza tra la propaganda politica e la realtà operativa di un sistema di detenzione considerato da molti ormai ingiustificato.

di Giansandro Merli
Il Manifesto, 29 gennaio 2026
Nonostante i centri non siano mai pieni, l’esecutivo vuole realizzarne di nuovi. Intanto i rimpatri dei reclusi diminuiscono. Oltre che ingiusti, crudeli e disfunzionali, i Centri di permanenza per rimpatri sono spesso vuoti. O meglio: non sono mai pieni. “La sottoutilizzazione dei Cpr è una tendenza strutturale che si consolida dal 2022, anno di insediamento dell’attuale governo”, si legge nel rapporto Cpr d’Italia: istituzioni totali che il Tavolo asilo e immigrazione ha presentato ieri al Senato. Nella nuova legislatura la capienza teorica complessiva delle strutture di detenzione amministrativa per migranti è rimasta costante, poco sopra i 1.350 posti, ma quella effettiva è scesa del 18,3% in tre anni: nel 2024, l’ultimo per cui i numeri sono completi, i posti effettivamente disponibili erano 655. A colpire ancor di più è la differenza con le presenze reali, del 20% più basse.
Significa che in media resta vuoto un posto su cinque rispetto a quelli a disposizione delle forze di polizia e quasi due su tre rispetto alla capienza ufficiale rappresentata dal Viminale. Eppure il governo continua a investire nei Cpr. Per realizzarne di nuovi o ampliare i vecchi. “Una strategia non solo ingiustificata, ma contraddittoria rispetto ai dati disponibili”, scrive il Tai che ha realizzato lo studio attraverso una metodologia scrupolosa di raccolta dei dati e visite in tutti e dieci i Cpr attivi in Italia.
Nel 2024 le persone rinchiuse sono state 5.891. Quasi una su due di origine tunisina. Seguono per nazionalità marocchini, nigeriani ed egiziani. Come noto, sono tutti uomini. L’unica sezione femminile di un Cpr si trova a Roma e ha cinque posti. A finire dietro le sbarre sono sempre più richiedenti protezione internazionale. Secondo il Tai nel corso degli anni la detenzione amministrativa è diventata uno “strumento della politica d’asilo” e lo sarà in modo ancora maggiore con l’entrata in vigore del nuovo Patto Ue, il prossimo giugno.
Il rovescio della medaglia di questa dinamica è che aumentano le uscite dai Cpr per mancata convalida o proroga del trattenimento da parte dell’autorità giudiziaria: dal 9% del 2021 al 29% del 2024. La differenza, dunque, non dipende da un complotto delle toghe contro i governi di destra, come pure sostenuto nei giorni scorsi da esponenti della maggioranza e giornali filo-governativi.
Altro dato che segna la distanza tra realtà e propaganda è quello dei rimpatri. Meno di una persona su due di quelle transitate da un Cpr nel 2024 è stata rimpatriata: il 41,8%, la percentuale più bassa di sempre. Ribaltando la prospettiva, sul totale delle deportazioni quelle realizzate a partire da un centro di detenzione sono state appena una su dieci. Persino da un punto di vista funzionale, insomma, le strutture in cui i migranti vengono imprigionati senza aver commesso reati non vanno. Anche per questo il Tai ribadisce una posizione netta: “I Cpr vanno chiusi per sempre”, afferma Filippo Miraglia, responsabile di Arci immigrazione. Può sembrare un traguardo lontano, soprattutto mentre le destre impongono a livello globale politiche xenofobe e discriminatorie, o può anche sembrare un traguardo impossibile, secondo le attuali retoriche che avvolgono i fenomeni migratori. Eppure era lo stesso per un’altra istituzione totale: i manicomi. “Prima della riforma Basaglia del 1978 sostenere che i manicomi potessero essere chiusi appariva come una tesi così irrazionale e priva di ogni base scientifica, da non essere presa neppure in considerazione” sostiene il Tai. Il quale invita a rendersi conto come ciò che sembra impossibile possa diventare reale.