Carceri, suicidi e alternative. L’appello di Villa Maraini: “Non solo pena, serve speranza”
Riassunto
Il convegno organizzato presso Villa Maraini ha messo in luce la grave crisi del sistema carcerario italiano, segnato da sovraffollamento e un numero allarmante di suicidi. Massimo Barra e il cardinale Zuppi hanno sottolineato come un terzo dei detenuti sia in carcere per reati di droga, ribadendo l'urgenza di misure alternative e percorsi di cura per chi soffre di dipendenze. Nel 2025 si sono registrati 80 suicidi tra i detenuti, un dato che, insieme all'alto tasso di patologie psichiatriche, conferma il fallimento del carcere come luogo di recupero. Questa situazione evidenzia la necessità impellente di una riforma che metta al centro i diritti umani e la salute mentale, trasformando la detenzione in un’opportunità di speranza.
La Repubblica, 17 gennaio 2026
Il fondatore, Massimo Barra: “Un terzo della popolazione carceraria è detenuta per reati legati alla droga. Se una persona è malata, non può stare in carcere”. La certezza della pena, ma anche della speranza. È il filo conduttore che ha attraversato il convegno “I luoghi della privazione della libertà personale: detenzione e suicidi”, organizzato nella sede di Villa Maraini - Croce Rossa Italiana, insieme all’Istituto Luca Coscioni. Una sala gremita, ieri sera, tra operatori sociali, rappresentanti delle istituzioni e forze dell’ordine, per discutere di carcere, sovraffollamento e salute mentale.
Ad aprire i lavori è stato il direttore di Proposta Radicale, Valter Vecellio, con la lettura del messaggio del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un testo che mette al centro il nodo strutturale del sistema penitenziario: “Il sovraffollamento genera malessere e amplifica la percezione del carcere come luogo di emarginazione e degrado”, scrive La Russa, collegando l’aumento dei suicidi - tra detenuti e personale - all’urgenza di un cambio di paradigma fondato sulla tutela dei diritti umani.
Il presidente di Villa Maraini Gabriele Mori ha ricordato come la Fondazione lavori dal 2001 su percorsi alternativi al carcere, in particolare per le persone detenute con problemi di dipendenza. Un’esperienza che, secondo Mori, dimostra come la detenzione non sia l’unica risposta possibile.
Il momento più atteso è stato l’intervento del cardinale Matteo Maria Zuppi. “Villa Maraini è un ponte tra carcere e società”, ha detto, richiamando anche le parole di papa Francesco sul Giubileo appena concluso: speranza e carcere come due parole chiave da tenere insieme. “La certezza della pena è fondamentale - ha spiegato - ma lo è altrettanto la certezza della speranza, la possibilità concreta di recupero attraverso le alternative alla detenzione”.
Duro anche l’intervento di Walter Veltroni: “Il sovraffollamento non consente condizioni minime di umanità. Oggi il carcere è vissuto come vendetta, non come recupero”. Per l’ex sindaco di Roma, costruire nuove carceri non basta: “Servono misure alternative, soprattutto per chi non ha commesso reati contro la persona. La politica dovrebbe superare le divisioni ideologiche e trovare soluzioni condivise”.
Particolarmente toccante la testimonianza di una persona in cura in alternativa al carcere. Nel testo letto in sala, il racconto di una sofferenza che si consuma lentamente: “In carcere ci sono momenti in cui ti senti morire, anche se sei ancora vivo”. Parole che evocano suicidi, autolesionismo, silenzi e dolore: “La pena non dovrebbe essere vendicativa, né una pena di morte lenta”.
A riportare il dibattito su un piano operativo è stato Massimo Barra, fondatore di Villa Maraini. “Un terzo della popolazione carceraria è detenuta per reati legati alla droga. Se una persona è malata, non può stare in carcere”. Barra ha lanciato un appello alle istituzioni: creare luoghi di ricovero temporaneo per chi è dipendente da sostanze come cocaina e crack, oggi dominanti rispetto all’eroina, per offrire una prima risposta sanitaria e una scelta consapevole di cura.
A chiudere i lavori Maria Antonietta Farina Coscioni, che ha denunciato la mancanza di monitoraggio costante nei luoghi di privazione della libertà. “Nel carcere di Cremona si sono tolti la vita prima un educatore, poi un detenuto. Del detenuto sappiamo tutto, dell’educatore quasi nulla. Anche nel suicidio esistono approcci ideologici”.
I numeri, del resto, parlano chiaro. Secondo i dati dell’associazione Antigone, il 2025 si è chiuso con 80 suicidi tra i detenuti, cui si aggiungono due internati nelle Rems e quattro operatori penitenziari. Il disagio psichico è una vera emergenza: quasi il 9% delle persone recluse ha diagnosi psichiatriche gravi, mentre l’uso massiccio di psicofarmaci supplisce spesso all’assenza di reali percorsi terapeutici.