Cinema. “Le farfalle della Giudecca”, il viaggio delle detenute verso un reinserimento virtuoso

Riassunto

Il documentario 'Le farfalle della Giudecca' racconta la vita quotidiana e i percorsi di riscatto delle detenute del carcere femminile di Venezia, mettendo in luce un modello penitenziario basato sull'empatia e sulla formazione. L'opera evidenzia come il lavoro, attraverso laboratori di sartoria, lavanderia e orticoltura, rappresenti una leva fondamentale per il reinserimento sociale e il superamento dei pregiudizi. Grazie alla sinergia tra istituzioni e associazioni, le detenute possono acquisire competenze professionali concrete, preparandosi a un futuro lontano dall'illegalità. Questo esempio virtuoso sottolinea la necessità di trasformare il tempo della reclusione in un'opportunità di riabilitazione effettiva per la dignità della persona.

di Camilla Curcio
Il Sole 24 Ore, 29 gennaio 2026
Il documentario, che sarà proiettato oggi alle 19 al multisala Rossini di Venezia, racconta la vita quotidiana delle ospiti del carcere. E accende i riflettori sul valore del lavoro nel reintegro in società, Storie di donne che iniziano a costruirsi o a ricostruirsi tra le mura di un carcere. Come piccoli bruchi pronti a diventare farfalle e a spiccare il volo verso una vita di nuovi orizzonti, di obiettivi da rincorrere e sogni da realizzare. Si incastrano come i pezzi di un grande puzzle i racconti delle detenute al centro de “Le farfalle della Giudecca”, il documentario firmato da Rosa Galantino e Luigi Ceccarelli (con la voce narrante di Ottavia Piccolo) che, giovedì 29 gennaio alle 19, ritorna a Venezia con una proiezione speciale al multisala Rossini, nel cartellone de “Le Città in festa”. Tra gli invitati l’avvocatessa Giorgia Pea, consigliera comunale, la direttrice del carcere Maurizia Campobasso e due ospiti della casa di reclusione che hanno preso parte al progetto.
Un modello virtuoso - Realizzato con il patrocinio del ministero della Giustizia, del Dicastero per la cultura e l’educazione del Vaticano, del Patriarcato di Venezia, del Comune e di centri, fondazioni e associazioni tra cui Antigone, il docufilm - proiettato in prima nazionale durante l’82esima Mostra del cinema di Venezia - si propone di raccontare e ripercorrere le vite di un gruppo di detenute all’indomani della visita di Papa Francesco che, il 29 aprile 2024, atterrava all’istituto penitenziario femminile per visitare lo spazio espositivo della Biennale vaticana installato proprio nella vecchia cappella sconsacrata. “Il documentario è nato con uno scopo preciso: mostrare una dimensione virtuosa come quella della casa di reclusione femminile della Giudecca”, spiega Maurizia Campobasso, direttrice del carcere. “Una realtà speciale, prima di tutto, per la solidarietà e l’empatia che da sempre i cittadini mostrano nei confronti del penitenziario, accogliendolo senza mai rinnegarlo, facendone un motivo d’orgoglio. E poi per le tante opportunità offerte alle detenute, tra laboratori e percorsi di formazione professionale a tutto tondo”.
Perché il lavoro è una delle grandi leve su cui il carcere veneziano da sempre punta per strutturare i percorsi di reinserimento sociale delle detenute. Che, proprio grazie ai progetti di supporto, educazione, formazione e impiego al lavoro nati dalla collaborazione con associazioni diverse, hanno avuto modo di misurarsi con un caleidoscopio di mestieri. E così, come mostra anche il documentario, alcune si sono ritrovate nei panni di guide della Biennale o responsabili di un servizio di lavanderia e stireria che serve i migliori alberghi della città. Altre ancora, invece, hanno iniziato a lavorare in una sartoria che cura sfilate e look per le madrine del Festival del cinema, tra i banconi di una cereria artistica, in un reparto di cosmetica e addirittura in un orto che vende i suoi prodotti all’esterno del carcere. Insomma, la narrazione autentica di una quotidianità che prova a trovare la sua cifra di normalità in un perimetro dove la routine, spesso, salva dalla solitudine. Senza però edulcorare gli aspetti più complicati dell’esperienza. E provando a sradicare i pregiudizi.
“Credo sia importante trasmettere un messaggio vero, mai troppo filtrato. Va bene accendere i riflettori sui percorsi virtuosi di risocializzazione attivati in carcere ma occorre anche mostrare come la reclusione sia un momento complicato perché perdere la libertà non è semplice, così come non è semplice trovare una sintonia con persone diverse e con bagagli altrettanto pesanti”, aggiunge Campobasso. “È importante mostrare proprio questa duplicità: da un lato la difficoltà di condividere la libertà che resta, dall’altra la capacità di usare quel residuo di libertà per riscattarsi emotivamente e provare a immaginare un futuro lontano dall’illecito”.
Un futuro che, spesso, trova un trampolino di lancio nelle convenzioni che la Giudecca stringe con associazioni, cooperative di vario tipo, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Provveditorato regionale e Regione. E che, grazie all’attivazione di bandi, rintracciano in carcere il terreno fertile per uno scambio win-win. “Riescono a trovare qui i locali gratuiti dove poter svolgere le attività in programma in cambio di formazione delle detenute”, evidenzia la direttrice. “A volte si tratta proprio di percorsi qualificati che portano poi, spesso, a un contratto a tempo indeterminato. Altre volte aiutano a gettare le basi per imparare una professione. Un’opportunità che si rivolge tanto alle detenute che possono uscire fuori dalla stanza di pernottamento per coprire i turni di lavoro fuori tanto a chi, scontata la pena, viene scarcerata e ha intenzione di proseguire in un solco già tracciato”.
Ad aiutare le ragazze a imboccare il percorso giusto i funzionari dell’area giuridico-pedagogica e gli esperti ex articolo 80 (psicologi o criminologi) che, provando a conoscerle e a seguirle giorno per giorno, cercano di scoprirne passioni, inclinazioni, aspirazioni. “Si crea così un progetto individualizzato, che parte proprio dalle loro ambizioni ed esperienze precedenti. Ed è questo l’aspetto più sfidante: far scoprire loro talenti che fino a quel momento non sapevano di avere o non avevano mai avuto modo di toccare con mano fuori dalla reclusione”.
Ma non è tutto. Perché il reintegro in società, oltre che dal lavoro, passa anche dalla scuola. E dalle aule della Giudecca che, come si vede nel documentario, per alcune segnano una prima volta sui banchi. Secondo Campobasso, “bisogna calare il prodotto offerto sulla singola realtà. Ad esempio, nel caso di detenute straniere, mettere al primo posto l’insegnamento della lingua italiana, in modo da aiutarle a farsi capire e a capire gli altri”. Gli insegnanti, quindi, devono impegnarsi a mettere in piedi programmi personalizzati e spingere la partecipazione anche a progetti che vadano oltre i libri e il lavoro. “Qui in carcere la scuola non può essere solo un semplice trasferimento di nozioni ma deve diventare il luogo in cui si insegna alle detenute a essere costanti, a porsi degli obiettivi, a rispettare le regole e a trovare la concentrazione”.
Se l’esperienza del carcere, per sua natura o per una situazione familiare già di per sé difficile, porta inevitabilmente a dover fare i conti con la solitudine, talvolta però le mura di un istituto di pena favoriscono incontri che consolano. E rimangono. Fino a essere raccontati tra le scene di un film sulla propria vita. “Nasce una vera e propria solidarietà tra le detenute”, sottolinea la direttrice, “soprattutto tra quelle più grandi d’età, che hanno anche un certo istinto materno, e le più giovani, che in loro trovano protezione. Toccano, in un certo senso, con mano la chance di poter essere considerate davvero e di meritare affetto”.
E in questo spazio sicuro, poi, capiscono anche come emanciparsi senza perdersi. “La donna ha un approccio particolare alla carcerazione: tende a non perdere la propria dignità, anche in termini di femminilità”, conclude Campobasso. “Continuare a prendersi cura di sé in un momento così delicato penso sia sintomatico di un terreno fertile su cui poter seminare valori e prospettive diversi. Senza abbandonarsi all’idea di un destino che non si può cambiare”.
Se le voci delle detenute sono lo scheletro del documentario, negli spazi di un racconto che mette sempre al centro la persona si innestano anche quelle delle figure femminili che, nel carcere della Giudecca, lavorano e che aiutano a renderlo esempio di gestione detentiva costruttiva: dalle agenti di polizia penitenziaria alle volontarie, passando per le insegnanti, le amministratrici e le responsabili delle cooperative.