I ragazzi timidi e tracotanti e quegli insegnanti lasciati soli

Riassunto

L'autore riflette sulla tragica morte di un quindicenne a La Spezia, evidenziando come la violenza giovanile non sia un problema sociologico o etnico, ma una crisi educativa legata alla mancanza di figure adulte stabili. Affinati critica le risposte politiche basate sulla sicurezza, sottolineando come i giovani siano spesso soli nel gestire il conflitto tra modelli mediatici negativi e la complessità del mondo digitale. Particolare attenzione viene rivolta ai ragazzi di seconda generazione, divisi tra tradizioni familiari conservatrici e gli stimoli della società tecnologica. Questo scenario mette in luce l'urgenza di un impegno educativo profondo che vada oltre la semplice assistenza psicologica.

di Eraldo Affinati
La Stampa, 18 gennaio 2026
Ogni quindicenne rifà la storia dell’umanità, provando sia il bene che il male. Conosco tanti ragazzi come Youssef, ucciso da Atif all’interno dell’istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia, ecco perché ogni volta che la violenza giovanile divampa non riesco a staccarmi dagli occhi i loro volti al tempo stesso smarriti e canaglieschi, deboli e forti, timidi e tracotanti. Essi non meriterebbero le speculazioni strumentali di molta classe politica che, di fronte a questa ennesima tragedia, ultima di una lunga serie destinata purtroppo a continuare, non esita a parlare di inasprimento delle norme di sicurezza, militarizzazione delle zone a rischio, sterzata nei permessi di soggiorno.
Episodi simili accadono in qualsiasi ambiente, non c’è differenza sostanziale tra famiglie benestanti e povere, centro e periferia, men che mai fra le cosiddette etnie, citate invariabilmente a sproposito: la mera interpretazione sociologica, oltre ad essere errata, si rivela sempre pretestuosa.
Sappiamo invece che la fiamma dell’adolescenza è intrinsecamente pericolosa, in quanto legata al processo evolutivo della personalità in formazione: ogni quindicenne rifà, nel suo piccolo, la storia dell’umanità, chiamato a provare su se stesso il bene e il male, nel tentativo di governare la potenza del desiderio incombente, per comprendere il valore della libertà che non si ottiene superando i limiti, bensì accettandoli. Se, durante questa delicata fase di esperienze in maschera, non si hanno di fronte adulti stabili ed equilibrati, pronti a recitare il ruolo del nemico, stabilendo il necessario circuito dialettico, il giovane più vulnerabile (non dovremmo mai dimenticare di ricordarlo: ci stiamo riferendo a una piccola minoranza, quella che tuttavia fa più danni e scalpore), resta da solo a fronteggiare il tumulto emotivo che lo scuote spingendolo verso il delirio, sia autodistruttivo, sia rivolto contro l’esterno.
Dove sono oggi queste figure di maestri capaci di intercettare l’energia tagliente (interiore ed esteriore) dei giovani più inquieti e ribelli? Io in giro non ne vedo tanti. La rivoluzione digitale sembra aver azzerato l’influenza dei pochi rimasti, enfatizzando semmai le scene che vedono al centro i piccoli malfattori protagonisti delle serie televisive più famose, nei confronti dei quali è da tempo in corso una celebrazione subliminale tesa a ritrarli come affascinanti angeli del male: rispetto ai nuovi eroi criminali non c’è Carlo Acutis che tenga, la grande maggioranza dei ragazzi si sentirà sempre attratta più dai primi che dal secondo.
L’insegnante così resta da solo di fronte al groviglio spinoso incarnato dall’adolescente in crisi, specie quello di prima generazione, come i due ragazzi spezzini, venuti da bambini in Italia assieme ai loro genitori, quindi cresciuti nel contrasto lancinante fra l’educazione del mondo arcaico che avevano dietro, fatta di consuetudini millenarie basate ad esempio sulla rigidità dei ruoli maschili e femminili e gli incredibili stimoli della nuova civiltà tecnologica tesa a far deflagrare il desiderio di noi tutti.
Spesso mi sono chiesto come facciano i minorenni non accompagnati ai quali insegno l’italiano a conciliare la loro tradizione islamica, dove soltanto vedere una caviglia nuda di donna può essere conturbante, con la società in cui vivono: paradossalmente credo siano più avvantaggiati loro, privi dei genitori, rispetto ai coetanei che invece crescono in famiglia, dal momento che padri e madri tendono a rallentare l’inserimento sociale dei figli.
E poi c’è la grande questione relativa al fondamento delle parole presenti in Rete: tutti i linguaggi non legittimati dall’esperienza possono diventare velenosi perché creano la percezione che noi possiamo dire e scrivere ciò che vogliamo, anche offendendo le persone, tanto non ci succederà mai niente dal momento che non dovremo pagare il risarcimento per i danni causati. Dal punto di vista educativo questo è deleterio, in quanto lascia passare l’idea che anche le nostre azioni siano gratuite, prive di responsabilità. Per farlo capire a un ragazzo, non solo quelli che commettono i reati, non basta aprire uno sportello di ascolto psicologico.