Il male di vivere adolescenziale
Riassunto
L'articolo analizza il crescente disagio giovanile e la violenza tra gli adolescenti, inquadrandoli come una profonda emergenza sociale ed educativa aggravata dall'inverno demografico e dall'influenza dei social media. Walter Veltroni critica aspramente l'approccio puramente punitivo e l'inasprimento delle pene, sostenendo che il carcere non possa risolvere problemi psicologici e solitudini profonde. Per l'autore, la soluzione risiede nel trasformare la scuola in un laboratorio di socialità e nel promuovere l'integrazione, offrendo ai giovani un senso di appartenenza a una comunità reale invece che virtuale. Questo intervento evidenzia la necessità per il sistema italiano di superare la demagogia securitaria a favore di politiche di recupero e ascolto.
Corriere della Sera, 18 gennaio 2026
Giovani e violenza: il disagio dei ragazzi è un problema sociale e bisogna capire che non si risolve inasprendo le pene. I numeri parlano. Nel 1971 in Italia nascevano 906.182 bambini e morivano 522.654 persone. Nel 2024 è accaduto il contrario, i nuovi nati sono stati 369.944 e i decessi 651.000. L’inverno demografico, mai così severo, ha inevitabilmente capovolto il rapporto tra speranza e paura, come sentimento collettivo. I giovani sono pochi e appaiono, lo segnalavamo fin dai tempi del Covid, smarriti, colmi di ansia, di timori, di disagio.
I dati delle forme suicidarie, delle pratiche di autolesionismo, dei disturbi dell’alimentazione dovrebbero essere in bella evidenza sui tavoli dei decisori politici. Sono numeri, non opinioni. Più volte, su queste colonne, abbiamo invitato a considerare le problematiche dei ragazzi come una emergenza nazionale. Basterebbe parlare con i genitori, con gli insegnanti, con gli psicologi dell’età evolutiva. Anzi, basterebbe ascoltarli. Ma gli adolescenti non votano e, dunque, non contano. Sarebbe bello se, su questo tema, forse il più drammatico della condizione umana moderna, le forze politiche deponessero le armi di cartone con le quali si azzuffano ogni giorno e ragionassero insieme per cercare soluzioni vere. Stiamo parlando del dolore e della solitudine di migliaia e migliaia di ragazzi italiani, un problema sociale ed educativo, prima che di ordine pubblico.
I ragazzi sanno che non si va a scuola con i coltelli, sanno che non ci si picchia per strada, sanno che non si devono fare le liste delle donne da stuprare. Lo sanno, ma una parte, ricordiamoci sempre di non fare di tutte le erbe un fascio, se ne infischia, perché il dolore che vive è più forte del rischio di infrangere regole. Per questo un puro approccio securitario è inutile e persino dannoso.
Davvero qualcuno pensa che attraverso il meccanismo di inasprimento delle pene, buttare via la chiave della cella, si possa risolvere il male di vivere degli adolescenti? Il carcere in Italia è tra le poche cose che sono rimaste come nell’Ottocento. La popolazione è spaventosamente superiore ai livelli minimi di vivibilità, si ripetono suicidi di detenuti e di operatori. La galera è il luogo della vendetta dello Stato, non del recupero di chi ha sbagliato. Davvero si crede che riempire le carceri minorili aiuti ragazzi violenti ad esserlo di meno?
So bene che non è con la sociologia che si affrontano i problemi vitali della sicurezza delle persone e so che chi sbaglia deve sempre pagare. Ma quei problemi non li si risolve neanche con la demagogia, con i muscoli esibiti che sostituiscono la grazia risolutrice del cervello.
Il disagio dei ragazzi è un tema sociale, bisognerebbe avere l’umiltà di capirlo. Sono costretti da subito ad avere una dimensione sociale di ogni loro comportamento, si sentono costantemente osservati, giudicati, misurano, attraverso il numero dei followers, il grado della loro autostima. Diventano grandi troppo presto, correndo appresso a tecnologie che usano gli adolescenti come puri consumatori e applicano, all’argilla della formazione delle loro prime esperienze umane, la cruda ruvidezza degli algoritmi. Il sesso, le relazioni sentimentali, l’amicizia, la considerazione dell’altro da sé, il rapporto con professori e genitori sono oggi filtrati da un prisma che rimanda sempre la stessa immagine, la propria dimensione pubblica. Prima o poi bisognerà fare i conti, piaccia o no a Elon Musk, con il tema della relazione tra adolescenza e social, così come si dovrà fare delle scuole dei laboratori permanenti di socialità, dei luoghi di formazione e di educazione al sapere e alla vita. Luoghi di incontro di corpi sottratti alla solitudine di stanze piene solo di un cellulare. Bisogna integrare i ragazzi che provengono da condizioni sociali disagiate, che convivono con alfabeti di violenza fin da piccoli, che si sentono ai margini perché diversi per il colore della pelle, la religione, gli orientamenti sessuali. Solo così si garantirà la sicurezza di tutti. Con più determinazione nell’assicurare alla giustizia o allontanare chi delinque, come quell’uomo che ha ucciso il capotreno a Bologna. Ma con i ragazzi, se non vogliamo allevare una generazione solitaria e violenta, bisogna non buttare la chiave, ma farli sentire parte di una comunità. Fatta di persone, non di like.