Milano. Teatro Puntozero Beccaria, se il carcere diventa luogo di cultura
Riassunto
Il Teatro Puntozero Beccaria di Milano offre ai giovani detenuti un percorso di riabilitazione attraverso l’arte drammatica, mettendo in scena classici come l’Antigone e Alice nel paese delle meraviglie. Da circa 30 anni, questo progetto permette ai ragazzi di confrontarsi con la cultura e imparare un mestiere in un ambiente aperto alla città, favorendo il loro reinserimento sociale. Lisa Mazoni, cofondatrice dell'associazione, sottolinea l'importanza di offrire una seconda occasione e di trasformare il sistema penale in un contesto educativo e creativo. Questo esempio dimostra come l'investimento in attività culturali sia essenziale per ricostruire il legame tra i giovani e la società civile.
tg24.sky.it, 18 gennaio 2026
Le ragazze e i ragazzi di Teatro Puntozero Beccaria in scena con “L’Antigone” di Sofocle. I ragazzi detenuti nell’istituto per minori di Milano hanno l’opportunità di confrontarsi col palcoscenico grazie a un progetto che va avanti da circa 30 anni. Dell’importanza dell’arte nei processi di educazione, riabilitazione e reinserimento nella società abbiamo parlato con chi ci lavora. Accade che le serie tv raccontino la dura realtà delle periferie, la crescita in contesti difficili, la criminalità che si affaccia nella vita dei giovanissimi, contaminando il loro presente; in molti casi tutto ciò conduce al carcere e da lì, auspicabilmente, a un percorso di riabilitazione.
Vicende analoghe sono raccontate in “Gomorra - Le origini”, la nuova serie Sky Original che, partendo dalla Napoli degli anni 70, segue le vicende di Pietro Savastano, che di lì a pochi anni sarà capo clan. Il Teatro Puntozero Beccaria, adiacente all’omonimo carcere minorile di Milano, è stata l’ambientazione del vodcast Pulp, dove gli host Fedez e Marra hanno intervistato gli ospiti Don Claudio Burgio, della comunità Kayros e due ragazzi della stessa comunità, che hanno raccontato il proprio vissuto, il passato e il percorso di reinserimento seguito all’uscita dal carcere.
Il Teatro Puntozero Beccaria è tassello fondamentale della riabilitazione e del reinserimento nella Società dei giovani reclusi, ne abbiamo parlato con chi ci lavora, con Don Burgio e con Davide Marra. Lisa Mazoni - Cofondatrice Associazione Puntozero Come è nato il Teatro Puntozero Beccaria? Più o meno 30 anni fa ci siamo messi in testa di costruire questo teatro, quindi, lo abbiamo fatto; tutto quello che vedete qua dentro è stato costruito con i ragazzi e la porta da cui si entra - che si rivolge alla città - è una porta che prima non c’era. È stato un grande successo che ha consentito di far sì che questo teatro, nato in un carcere, diventasse un locale di pubblico spettacolo, aperto alla città 365 giorni l’anno. Questo significa che noi possiamo organizzare una vera e propria stagione teatrale.
Quest’anno ne abbiamo presentata una dal titolo “Persona” e questa è la proposta che noi facciamo al sistema penitenziario, perché i ragazzi possano trascorrere il loro periodo di detenzione in un conteso culturale dove possono incontrare altri coetanei, completamente estranei al circuito penale e possano incontrare l’arte, la cultura, formarsi, imparare un mestiere e - soprattutto - imparare a vivere in una compagnia. Che cosa ha imparato da questo luogo? Si impara tanto. Si impara che bisogna dare sempre una seconda occasione. Questa domanda è difficilissima. Innanzi tutto, il piacere dell’arte, del teatro, di quella magia che scaturisce dall’arte del teatro. Cosa crede, d’altro canto, che i ragazzi del Beccaria abbiano imparato dall’esperienza del teatro? Ormai sono quasi 25 anni che lavoro in Puntozero, all’interno del carcere minorile. Per me e Giuseppe Scutellà è proprio la passione, è il lavoro, è la vita. Non riesco a mettere nel punto centrale i ragazzi, ma il sistema penale, cioè, mi domando da cittadina che tipo di carcere, che tipo di sistema penale, che tipo di educazione, di rieducazione voglio insegnare a mio figlio. Come, da cittadina, intendo che sia la detenzione: questo è il mio obiettivo.
Non riesco mai a pensare al ragazzo come punto di lavoro, penso sempre a come debba essere il carcere, che tipo di proposta si debba fare, quali condizioni necessarie ci debbano essere affinché si possa rimettere insieme, recuperare quel patto sociale che si è rotto. Quello che vedo negli occhi dei ragazzi è la magia dello stare insieme, la magia del gioco, la magia del teatro, la scoperta del teatro. Adesso stiamo lavorando su “Alice nel paese delle meraviglie” e potersi permettere di abbandonare tutti i ruoli sociali, di giocare a fare una tartaruga, il grifone, il Brucaliffo, tutto questa è la magia proprio del gioco; si restituisce ai ragazzi la possibilità di giocare e di creare delle relazioni. Ce n’è abbastanza di così, in Italia, ce ne vorrebbero di più? No. Bisogna fare molto, molto di più nella quotidianità dei ragazzi. Questo teatro è il teatro costruito dall’Associazione Puntozero - chiaramente, costruito con il grande sostegno del Ministero, del Dipartimento, del Comune di Milano - ma noi siamo una realtà che vive con gli spettacoli che riusciamo a produrre, con i biglietti che riusciamo a vendere.
Questa è la grande occasione per comunicare che siamo in scena con “Alice nel paese delle meraviglie”, dall’1 al 22 febbraio, perché poi gli introiti, gli incassi, ci permettono di fare formazione ai ragazzi, di assumerli, di fare altre produzioni, di rilanciare. Che tipo di pubblico frequenta il vostro teatro e quanto è conosciuto dai milanesi? Secondo me ci conoscono ancora pochissimo. Il Teatro Puntozero Beccaria non è ancora così conosciuto. Noi siamo una piccola associazione, per cui non abbiamo anche la forza della distribuzione. Sicuramente ci conoscono le scuole, dalle medie alle superiori e ci conoscono per passaparola. Chi viene qui si innamora degli spettacoli, si innamora del posto e coinvolge altre persone. Quindi, direi cittadini dai 40 ai 50 anni, ma anche giovanissimi, studenti universitari.
Direi che, assolutamente, è un pubblico eterogeneo e cittadino, sì, di Milano. Quando inizia e quando ha termine, la vostra stagione teatrale? La stagione ‘25-’26 vede “Errare Humanum Est” in scena tutto l’anno, per le scuole su prenotazione tramite il sito puntozero. “Alice nel paese delle meraviglie” è in scena dal 1° al 22 febbraio, mentre l’”Antigone” di Sofocle è in scena dal 25 aprile al 10 maggio. Questa è la stagione che proponiamo, abbiamo anche delle ospitalità e l’anno prossimo vogliamo rilanciare e magari poter girare un po’ l’Italia. Quindi, portate in scena anche classici? Giuseppe Scutellà che è il nostro regista e direttore artistico, trova nei classici una casa sicura ed è meraviglioso perché, ad esempio, l’Antigone di Sofocle è uno spettacolo che viene messo inscena integralmente. Io ho un ricordo bellissimo di un ragazzo siriano, che non parlava neanche bene l’italiano, che l’ha imparato grazie alla traduzione di Maria Grazia Cini, che disse Antigone è lo spettacolo più bello del mondo, uno spettacolo indimenticabile”; oppure, un altro ragazzino che si tatuò Antigone sulla gamba.
Quindi, è interessante, fa riflettere, perché un’opera così lontana nel tempo, così anche tragica, seria, come possa incidere così tanto in ragazzi giovanissimi: stiamo parlando di ragazzi che hanno dai 14 ai 25 anni e l’età media dei ragazzi che noi incontriamo, diciamo che è 16-19. Parlava di una tournée vera e propria, prima, quando accennava al fatto di poter girare un po’ l’Italia, per portare fuori da qui quello che accade qui? Sì, siamo stati un po’ in giro per l’Italia, siamo stati a Caltanissetta e sì, è possibile concretizzare l’idea di portare in giro la compagnia, è una prospettiva del 2026-2027. Qual è l’augurio che si fa per questo posto? L’augurio - e può sembrare un po’ venale - ma è di avere tanti, tanti spettatori, perché tutto questo è possibile con la partecipazione di tutti. Il carcere può essere migliorato se la cittadinanza se ne occupa; si immagina un carcere che possa restituire veramente alla società giovani e anche non giovani, che abbiano le possibilità, gli strumenti, per recuperare quella rottura di patto sociale e per poter essere reinseriti.
Quindi, mi auguro di vedere tanti spettatori e serate sold out dall’1 al 22 febbraio. Giuseppe Scutellà, regista e direttore artistico Teatro Puntozero Beccaria Come sceglie gli attori? In realtà è una non scelta. Chiunque qua dentro può decidere di fare teatro. Il teatro è un percorso di vita, è un percorso dentro sé stessi, accompagnato dagli altri, mi vien da dire. Quindi, chiunque esprime il desiderio di venire qua a teatro lo può fare e lo fa, recuperando quella dimensione di gioco che è giusta per la loro età. Tieni conto che nel Beccaria ci sono ragazzi che hanno dai 14 ai 25 anni, quindi sono nel pieno dell’età del gioco, dello scoprire sé stessi, dello scoprire le relazioni e la comunicazione. È un lavoro a tempo pieno, perché questo teatro è una vera e propria comunità teatrale all’interno del carcere. Il ragazzo esce la mattina alle 9 dalla cella e rientra la sera e quello che si vede - al di là delle poltrone, di tutto questo lustro che c’è, intorno a noi, in realtà è una vera e propria casa. Qui dentro cuciniamo, mangiamo, la gestione della sala è fatta insieme ai ragazzi e poi si va in scena.
Si va in scena con degli spettacoli che in realtà non scegliamo noi ma ci scelgono. Di volta in volta, in base al gruppo che abbiamo, si parla, si discute, ci domandiamo di che cosa abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di fare un ragionamento sulla Legge, l’”Antigone”? E allora si sceglie quel testo. Oppure, semplicemente, abbiamo voglia di sognare, immaginare, perché ciò che è importante è immaginarsi in un futuro, proiettati in un futuro e si sceglie “Alice”. In questo momento siamo in scena con “Alice” e credo che questo sia assolutamente un testo di riferimento, non solamente per poter immaginare, ma per poter veramente pensarsi come in sogno e modificarlo, questo sogno. Tra i ragazzi con i quali lavora, ci sono dei talenti veri? Tutti hanno un talento. Io intendo il lavoro dell’attore come qualcosa che toglie, non che aggiunge. Noi nasciamo già attori, poi, si sa, dobbiamo vivere, la società ci dà tante botte e, quindi, alla fin fine, ci chiudiamo. Si tratta di togliere quegli scudi, quelle resistenze che tutti noi abbiamo. Chiunque può fare l’attore, lo credo davvero.
Sono fermamente convinto che il mio lavoro, al di là della bellezza estetica dello spettacolo, sia quello anche di andare a lavorare su quelle che sono le problematiche dei ragazzi. Ad esempio, se un giovane non parla bene la lingua, facciamo tutto un lavoro di insegnamento delle parole,