I capri espiatori nel circolo vizioso della violenza

Riassunto

L'autore analizza l'omicidio di La Spezia come pretesto per legittimare politiche repressive e criminalizzare i giovani migranti, denunciando la strumentalizzazione politica del fenomeno dei cosiddetti "maranza". Scalia sostiene che la violenza sia un problema sociale diffuso e non limitato a specifiche etnie, criticando duramente l'efficacia dei decreti sicurezza degli ultimi trent'anni. Il testo evidenzia come il definanziamento della scuola e del welfare alimenti un circolo vizioso di marginalità che la sola repressione non è in grado di risolvere. Questo scenario sottolinea il fallimento di un approccio esclusivamente securitario a discapito della reale inclusione sociale.

di Vincenzo Scalia
Il Manifesto, 18 gennaio 2026
L’omicidio di La Spezia, con la tragica morte dello studente Youssef Zaki, accoltellato da un coetaneo compagno di classe, si connota come una profezia che si auto-adempie, dove le conseguenze giustificano i presupposti. L’omicidio di La Spezia, con la tragica morte dello studente Youssef Zaki, accoltellato da un coetaneo compagno di classe, si connota come una profezia che si auto-adempie, dove le conseguenze giustificano i presupposti. Un lustro passato a criminalizzare i minori e i giovani, a produrre e mettere in circolazione allarme sociale, a promulgare leggi repressive, l’ultima delle quali, il cosiddetto decreto anti-maranza, sembra ricevere conferma dalla tragedia avvenuta l’altro ieri nella città ligure.
Subito rilanciata e strumentalizzata da chi ritiene che, malgrado tutti i provvedimenti in materia di sicurezza emessi in questi anni, la questione criminale non è risolta a causa del buonismo italico duro a morire. In particolare, si sottovaluterebbe la minaccia rappresentata dai giovani, con specifico riferimento, come ha fatto il sindaco di La Spezia, ai migranti. Nella cui “cultura” allignerebbe la propensione ad utilizzare le armi bianche per regolare i conflitti.
Da qui la legittimità del nuovo decreto. Siamo di fronte all’ennesima deformazione strumentale della realtà, dalla quale urge prendere le distanze. Innanzitutto, perché non si registra, contrariamente a quello che si vorrebbe far credere, un aumento significativo della criminalità giovanile. Le aggressioni con l’arma bianca sembrano registrare un’escalation, ma, fino a prova contraria, si tratta di un fenomeno attenzionato solo in anni recenti, e trattato con criteri indistinti, che non differenziano la criminalità comune, quella organizzata e casi come quelli di La Spezia.
Il fenomeno che preoccupa maggiormente, tuttavia, è quello della tendenza a circoscrivere i fenomeni criminali a specifiche categorie sociali o a gruppi etnici. È molto facile rispondere al sindaco di La Spezia attingendo alla cronaca: il giovane di Lonate Pozzolo che ha accoltellato mortalmente un rapinatore disarmato, non è maghrebino, sinti o centrafricano. È un italiano del cosiddetto cuore produttivo del Paese. Soprattutto, non è un maranza. Si tratta di un aspetto da mettere in risalto. Prima del caso di La Spezia, c’è stato quello di Lonate. E abbiamo assistito ad ex assessori che sparano a sangue freddo in piazza o a imprenditrici che infieriscono sui cadaveri delle persone investite di proposito. La violenza è diffusa in tutto il corpo sociale. Sta assurgendo a principio regolatore delle relazioni interindividuali, con le domande di ampliare il diritto di legittima difesa e di costruire le proprie ronde. Con l’aumento, nelle palestre italiane, di corsi di autodifesa col coltello.
La legittimità del ricorso alla violenza e della legge del più forte vengono riprodotti in questi giorni a livello internazionale. Da Gaza a Teheran, da Caracas a Kiev, assistiamo al montare di una triste stagione di legittimazione della violenza. E non da parte di giovani migranti maranza, bensì da capi di Stato europei e americani. E la corsa al riarmo fa presagire tinte ancora più fosche.
Buttare tutto il peso del deteriorarsi della convivenza civile su di un settore della società rappresenta una scappatoia sterile e meschina.
Che fa il paio con le grida manzoniane del nuovo decreto sicurezza. Per cui, se i figli vengono sorpresi con un’arma illegale addosso, la colpa è dei genitori, che, evidentemente, oltre a non essere dotati di una razionalità sinottica, hanno la colpa di non avere insegnato ai figli a non commettere atti violenti. Magari perché sarebbe il contesto familiare ad essere intriso di una cultura della violenza. Lo stesso contesto, paradossalmente, che secondo un’altra trovata geniale del governo può decidere di escludere i figli dall’educazione sessuale e affettiva.
Il possesso e l’uso dei coltelli da parte dei giovani, costituisce di sicuro un problema da affrontare. Ma partendo dal presupposto che trent’anni di securitarismo sono falliti, e hanno innescato un circolo vizioso in cui violenza, criminalità e marginalità ne creano altre. Ci sarebbero il territorio e la scuola. Ma, se la spesa pubblica viene costantemente tagliata, se il ministro commissaria le regioni che si oppongono alla logica degli accorpamenti delle scuole, viste più come un’area di parcheggio e di contenimento che come luoghi di educazione e formazione all’interno di una società inclusiva, possiamo soltanto aspettarci che il quadro peggiori.