Libri. “Se fioriscono le spine” in un carcere. Quando la sofferenza porta alla verità
Riassunto
L'articolo recensisce il romanzo "Se fioriscono le spine" di Glauco Giostra, che descrive l'universo claustrofobico del carcere e la sua incapacità di offrire una vera speranza di riabilitazione. Attraverso la storia di Antonio, emerge che il riscatto sociale avviene spesso nonostante l'istituzione carceraria, grazie a incontri umani e circostanze eccezionali che interrompono il ciclo della criminalità. Il messaggio centrale è che il dolore può diventare un mezzo per cogliere la verità profonda dell'esistenza, superando le logiche repressive del sistema. Ciò evidenzia la necessità di una riforma profonda che metta l'umanità e la compassione al centro dell'esecuzione penale.
Avvenire, 29 gennaio 2026
Nell’ossimoro nascosto dentro il titolo - “Se fioriscono le spine” - sta la chiave di un romanzo che perlustra il mondo chiuso e privo di speranza del delitto, della colpa e della pena. Il mondo carcerario vi è descritto in tutta la sua ingenua miseria, come un universo claustrofobico e privo di luce segnato dalla coazione a ripetere dei detenuti e dei detenenti. Ne conosce bene le cadenze ossessive l’Autore. Trattandosi di Glauco Giostra, professore emerito di procedura penale, che a quel mondo devastato e devastante ha dedicato gran parte dei suoi studi e della sua passione riformatrice. Suo il coordinamento di quegli Stati Generali dell’esecuzione penale che ci avevano, per un tratto della non più recente storia di questo Paese, illuso della emendabilità di quel sistema.
Assieme ad Antonio, meccanico segnato dalla testimonianza di una devastante esperienza di violenza familiare, si accompagnano giovani dai soprannomi bizzarri e pittoreschi segnati da una comune estrazione periferica e da una marginalità del sentire. Vivendo tutti, più o meno nobilmente, di reati predatori, entrano ed escono dal carcere. Lo fanno con una semplicità esemplare e violenta, fatta di plumbee ore d’aria, di oscene sottomissioni, di inutili attese di una liberazione che servirà solo da condizione per una ricaduta, come se ogni abbrutimento ed ogni vizio, ogni fine pena e ogni arresto, fosse il dente di una ruota alla cui presa è impossibile sfuggire.
In quel crepuscolo della ragione che ombreggia i giorni nostri, alla evidenza positivistica delle radici del delitto, non corrisponde più l’evidenza del possibile rimedio. C’è invece il suicidio del giovane palestinese a raccontare come entro il carcere, accanto alla legge del più forte, per simmetria, c’è sempre fatalmente quella del più debole che soccombe. Si attende solo che qualche granello di umanità inceppi l’ingranaggio di quella ruota, che la coazione a ripetere inciampi nella compassione di un agente di custodia, o nella lungimiranza di una direttrice.
Ne viene fuori un triste ma saggio epilogo, che tutto ciò che di buono nasce dentro quelle mura, vive e cresce in qualche modo contro e nonostante quella istituzione. Non è il carcere a salvare Antonio ma l’inanellarsi di occasioni straordinarie, l’incontro - reciprocamente salvifico - con una donna, vittima di una rapina, che segnerà definitivamente il suo destino. La riconoscenza, poi mutata in altro, gli aprirà le porte del carcere e poi di una vera, difficile riabilitazione. Fino a varcare ancora la porta del carcere da avvocato difensore.
Ma un dente di quella stessa ruota che l’aveva tratto via dalla sofferenza lo ghermirà ancora una volta, strappandogli proprio l’amore della donna che lo aveva salvato, gettandolo nella disperazione più profonda. L’Autore chiude con un’altra metafora, quella della corda che da mezzo predisposto per finire una vita oramai priva di senso, si trasforma nella corda di un’altalena per la figlia della donna amata, il cui sorriso di bambina tornerà forse a illuminare il futuro di Antonio. Il messaggio che dalle spine può nascere un fiore, non è una facile metafora della sofferenza come mezzo di salvazione, ma piuttosto la dura constatazione che il dolore della vita è spesso l’unico mezzo che ci consente di cogliere la verità più profonda delle nostre esistenze, al di là dell’illusione dei giorni.
*Presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane (Ucpi)