La violenza di Minneapolis e le lame a La Spezia

Riassunto

L'autore mette in relazione i tragici episodi di violenza di Minneapolis e La Spezia per denunciare una svalutazione globale della vita umana e la crisi della democrazia come riconoscimento dell'altro. Malaguti critica la politica che risponde a queste tragedie con slogan superficiali o misure puramente repressive, invocando invece la necessità di una 'democrazia degli affetti' e di un'alfabetizzazione emotiva degli adulti. Il testo sottolinea come l'individualismo esasperato e l'incapacità di gestire i conflitti stiano alimentando una logica distruttiva che mina la convivenza civile a ogni livello. Questa riflessione evidenzia l'urgente necessità di un salto culturale profondo che rimetta al centro la relazione e il senso di comunità.

di Andrea Malaguti
La Stampa, 19 gennaio 2026
Metto assieme due episodi che sono apparentemente lontani ma che incarnano perfettamente lo Spirito del Tempo: la violenza di Minneapolis, che porta alla morte assurda di Renee Nicole Good, e l’omicidio del diciottenne Abanoub Youssef, detto Abu, accoltellato da un compagno di scuola all’istituto professionale Einaudi-Chiodo di La Spezia. Esiste un filo, per quanto lunghissimo e quasi invisibile, che lega la repressione pubblica ordinata dalla Casa Bianca in Minnesota e la barbarie privata di un criminale di periferia, anche lui, come la vittima, “italiano di seconda generazione”?
Viviamo in tempi di paura, di discordia e di violenza. Il principio fondamentale è da uomini delle caverne. Se qualcuno ci dà fastidio va eliminato. L’altro è un peso, un ostacolo, un problema. Dunque, va rimosso. Come se ci fosse stata una svalutazione della vita umana come valore in sé.
Abbiamo fatto un passo indietro nel cammino della civiltà. Che differenza c’è tra la mentalità di un manipolo aggressivo di potenti della terra e quella slabbrata, sempre meno marginale e spesso fuori controllo di baby gang che si muovono come in una malriuscita serie di Netflix? Non sono il riflesso della stessa sconfitta collettiva, il punto di arrivo di un processo degenerativo in cui i problemi si risolvono con l’abitudine a sradicare il prossimo? La superficialità stupida che si fa dominio. Non siamo più in grado di gestire i conflitti, a nessun livello. Eppure, proprio la sintesi tra frizioni, diversità e complessità, è la chiave della convivenza e, di fatto, della democrazia, da sempre fondata su un tabù, un limite invalicabile: la democrazia è l’altro. Quando decidi che la democrazia sei tu, hai superato il confine e non importa se abiti a Mar-a-Lago o a La Spezia. Fai parte di una logica distruttiva.
Come si reagisce di fronte a questo scollamento letale? Intanto registrandolo. Ed è miserabile, per stare alla tragedia di La Spezia, una politica che si muove solo il giorno dopo, cavalcando l’onda emotiva, pretendendo di accumulare vantaggi sul delitto di un ragazzino. Con la destra che grida eccitata: “cacciate i migranti” e la sinistra che risponde pavlovianamente: “razzisti”. È tutto molto più difficile di così. E sarebbe magnifico se esistessero tavoli comuni di riflessione per un’emergenza di tutti e non i berci da stadio di hooligans da Palazzi romani.
Chi guida il Paese da tre anni, ed è perciò obbligato alla responsabilità diretta, dovrebbe avere chiaro che le politiche securitarie - insistite, rivendicate, amplificate, ostentate con stile da piazzisti di elisir della lunga vita - non evitano i sommovimenti sociali, né in Liguria né in Minnesota. E chi sta all’opposizione dovrebbe smettere di avere gli occhi chiusi sull’elefante nella stanza del disagio e della vulnerabilità che precipita nella cattiveria gratuita, portando i suoi effetti malefici non solo nelle strade e nelle piazze, ma persino all’interno di una scuola piena di ragazzi sani e integrati, il luogo della sicurezza per eccellenza. Servono controllo sociale, fermezza, accoglienza e un deciso salto culturale. Vasto programma, certo. Ma, come ha scritto Matteo Lancini su questo giornale, una strada, per quanto stretta, esiste. “Un’attenzione selettiva non permette l’ascolto di emozioni disturbanti come la rabbia, la paura e la tristezza. Non servono multe e repressione, ma adulti autentici capaci di stare in relazione. L’umanità ha bisogno di un’alfabetizzazione emotiva degli adulti, una nuova democrazia degli affetti”.
La democrazia degli affetti, la relazione con l’altro, il contrario del mantra planetario del “è mio”, “sono io”, o, come dicono gli psichiatri anglosassoni, dell”I-ness” contrapposta alla “We-ness”. Cammino estenuante. Da salmoni che nuotano controcorrente, risalendo fiumi e torrenti per ritrovare il luogo in cui sono nati.
Prospettiva acrobatica nell’era del padrone Donald Trump, il presidente che, come dice la Cnn, tiene psicologicamente sotto scacco un intero pianeta, costringendoci a pensare ogni cosa solo in funzione della sua maramalda personalità. Suo lo scettro, sua la legge, sua la narrazione dominante, incardinata, in fondo, su uno schema elementare. Banalmente perché l’Uomo, The Donald, è elementare: alzare la tensione, certi che solo con la tensione alle stelle si tengono in pugno le cose, si governano le contraddizioni. Un esecutivo autocratico “del peperoncino” - sostenuto dalla masnada che lo ha invocato nell’assalto al Campidoglio del 6 febbraio 2021 e poi lo ha portato in trionfo allo Studio Ovale - contrapposto alla debole, ma impagabile, democrazia europea “alla camomilla”. Una novità persino per gli Stati Uniti, dove già Theodore Roosevelt teorizzava un soft power dialettico da diffondere impugnando un bastone nodoso. Mai, però, fino ad oggi, peperoncino e bastone nodoso erano stati contemporaneamente parola e azione.
Confesso di essere rimasto ipnotizzato per l’intera settimana dalla sconvolgente sequenza di video arrivati da Minneapolis. La vergogna, dell’Ice, un corpo di energumeni chiamati, in ipotesi, a debellare l’immigrazione clandestina, divenuti in pochi giorni dei veri e propri soldati dell’Apocalisse destinati a seminare il terrore. I tre colpi di pistola sparati senza pietà alla testa di Renee Good, uccisa a sangue freddo per follia e capriccio, per delirio di onnipotenza e disumanità, ma anche la disabile sradicata dalla macchina come se fosse Al Capone, o il ventunenne colpito da un proiettile in pieno volto e rimasto per sempre cieco da un occhio. Americani contro americani. Un esercito di lanzichenecchi al servizio del Presidente che opera come una crazy-gang dei sobborghi, però più armata, protetta, persino più cattiva.
Nessuno è al sicuro in questa nuova America. I neri, da sempre meno tutelati, gli indiani delle tribù Oglala Sioux e Ojibwe, sotto tiro per il colore della pelle (“non esiste qualcuno più americano di noi”), e ora persino i “Wasp”, i white-anglo-saxon-protestant, le donne e gli uomini bianchi, architrave e punto di riferimento della radicale sensibilità Maga (Make America Great Again). Chi si ribella diventa automaticamente un “terrorista”, il racconto ufficiale del potere è manipolatorio, surreale, spietato, persino caricaturale, eppure accolto da larghe fasce della popolazione, a dimostrazione di quanto l’abbattimento sistematico, quotidiano e inarrestabile, di un’informazione terza e credibile, sia il seme della repressione autoritaria che rischia di scivolare in una dittatura vera e propria, prodromo di una guerra civile. Sin dal primo momento l’abuso della forza diventa minaccia, per poi trasformarsi in regola.
Il governo del peperoncino sostituisce quello della camomilla, precipitando tutti noi nella stessa pentola di un mondo in ebollizione. La Seconda guerra mondiale, con i suoi orrori, ci aveva ricondotti sulla via della ragione. Tutto dimenticato. L’intermediazione, la cresciuta culturale, il rispetto dell’altro, sono armamentario per frustrati nostalgici fuori tempo. Dominare è l’unica cosa che conta. E noi non facciamo altro che raccontarcelo ogni istante, a Washington, a Pechino, a Budapest o a Mosca, per precipitare fino a Roma e a La Spezia.
Come se fosse un destino ineluttabile, come se fosse “naturale”, per il mondo e per le guerre private di periferia. Invece bisogna avere la forza di ascoltare Bertolt Brecht: “E vi preghiamo: quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale. Di nulla sia detto: “è naturale”, in questi tempi di sanguinoso smarrimento, ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità, così che nulla valga come cosa immutabile”.