Senza via di uscita!

Riassunto

L'architetto Cesare Burdese analizza il fallimento del sistema carcerario italiano, citando la Casa Circondariale di Viterbo come esempio di un'architettura punitiva che tradisce il mandato costituzionale della rieducazione. L'autore denuncia come le carceri siano diventate depositi di marginalità sociale, dove la logica della sicurezza prevale sulla dignità umana e sulla progettazione di spazi funzionali al reinserimento. Invece di cercare alternative, la politica attuale punta su un aumento dei posti letto che consolida un modello fallimentare e privo di visione. Questa situazione evidenzia l'urgenza di ripensare radicalmente la funzione della pena e dello spazio carcerario per superare la logica della mera esclusione.

di Cesare Burdese*
Ristretti Orizzonti, 19 gennaio 2026
Il sistema carcerario italiano, attraverso la sua architettura e organizzazione spaziale, con l’aggiunta del sovraffollamento e la mancanza di luoghi di transizione verso l’esterno, rappresenta un ossimoro rispetto al dettato costituzionale. Le sue carceri sono spazi disumanizzanti che sospendono il futuro delle persone detenute, aggravano il conflitto sociale, non favoriscono la riabilitazione ma riproducono esclusione, immobilità e marginalità, negando la dignità della persona.
La Casa Circondariale Nicandro Izzo, già Mammagialla, a Viterbo non fa differenza e finisce per funzionare sostanzialmente per quello che in effetti un carcere inesorabilmente è: soprattutto un deposito di rifiuto sociale, pur richiamandosi ai principi del diritto.
Essa è al tempo stesso lo specchio, non eccezionale ma emblematico, di una generalizzata condizione carceraria priva di vie d’uscita, non solo perché non possiede efficaci alternative gestionali, ma anche perché è limitata da un fare progettuale povero di strumenti culturali e carente di mandato.
Il carcere viterbese nasce nella stagione delle carceri di massima sicurezza degli anni di piombo e incarna un duplice fallimento, architettonico e costituzionale. Architettonico perché tradisce la missione fondamentale dell’Architettura: creare spazi capaci di rispondere ai bisogni dell’essere umano, costituzionale perché tradisce la promessa dell’impegno etico-giuridico verso la persona.
Quando l’Architettura entra nel carcere viene piegata alla logica repressiva e smette di essere Architettura. Il rischio è quello di ridurla a strumento di mera cosmesi, anche se il rispetto umano che precede quello giuridico, impone l’immediato ripristino di condizioni di decenza e dignità negli istituti di detenzione.
Il modello architettonico di edificio carcerario che nel nostro paese continua ad essere riprodotto sembra apparire come conseguenza di una generalizzata insipienza.
Il vero nodo non è la mancanza di soluzioni, bensì la diffusa assenza di una decisione politica capace di mettere realmente in discussione la funzione stessa del carcere e, di conseguenza, quella del suo edificio. La detenzione persiste non perché funzioni, ma perché rassicura: separa dentro e fuori e trasforma i problemi della società in colpa individuale. Il carcere sopravvive al proprio fallimento perché la sua utilità, dai più, non viene messa in discussione. Da tempo l’idea di sicurezza si è imposta su quella di giustizia e oggi prevale quella che il carcere sia una soluzione inevitabile, se possibile da estendere, escludendo ogni altra possibile e ragionevole alternativa.
Ne è un esempio il “Piano carcerari” in corso che, puntando esclusivamente a creare nuovi posti detentivi senza proporre soluzioni architettoniche innovative, lo certifica, dimostrando come la progettazione penitenziaria resti ancorata a un approccio quantitativo e custodialistico, incapace di affrontare in modo articolato le esigenze spaziali della pena contemporanea, ancorchè quelle esistenziali della persona. Mettere in discussione la necessità del carcere è impopolare e faticoso ma può trasformare ciò che appare inevitabile in una scelta… e farci sentire la responsabilità che ne deriva
Migliorare il carcere, invece di interrogarsi sul senso stesso della giustizia, non fa che consolidare il sistema penitenziario attuale, destinato a sopravvivere nonostante i suoi fallimenti. Il predominio di una riflessione critica insufficiente ne permette la perpetuazione, riproducendo le stesse logiche di esclusione che dovrebbe superare, senza offrire alcuna reale via d’uscita.
In conclusione, la visita all’edificio carcerario di Viterbo - così come quella di altre carceri - non fa che amplificare l’amara sensazione di tradimento politico e istituzionale, rafforzando la convinzione che solo un impegno visionario possa riscattarne le sorti. Senza di esso, questi luoghi resteranno condannati alla rassegnazione, senza alcuna via d’uscita.
*Architetto. Su di un treno in viaggio da Viterbo a Torino, dopo la visita ispettiva alla Casa Circondariale di Viterbo, con una delegazione di Nessuno Tocchi Caino, della Camera Penale di Viterbo e dell’A.I.G.A. il 16 gennaio 2026