La scuola di Valditara: metal detector fuori e forze armate dentro

Riassunto

In risposta all'omicidio di uno studente a La Spezia, il ministro Valditara ha proposto l'installazione di metal detector nelle scuole, sollevando forti critiche da parte di studenti, docenti e associazioni. L'articolo evidenzia una denuncia contro la crescente militarizzazione e autoritarismo del sistema scolastico, visto come uno strumento di repressione e controllo sociale piuttosto che di formazione. La trasformazione dei programmi educativi e l'introduzione di misure punitive suggeriscono una deriva ideologica che privilegia il nazionalismo e la disciplina militare al pluralismo educativo. Questa situazione sottolinea un rischio concreto per l'indipendenza e la funzione democratica delle istituzioni scolastiche in Italia.

di Luciana Cimino
Il Manifesto, 20 gennaio 2026
Le idee del ministro Valditara su “l’emergenza giovani”. Che i metal detector non siano la soluzione lo hanno ribadito per primi i compagni di scuola di Abanoub Youssef, il ragazzo morto in classe a causa delle coltellate inferte da un coetaneo. Ieri mattina si sono riuniti davanti all’Istituto Einaudi Chiodo di La Spezia per manifestare disperazione e rabbia. “La scuola è complice”, “Vogliamo giustizia per Aba”, c’era scritto sui cartelli. Per gli studenti ci sarebbe stata una sottovalutazione dei problemi dell’accoltellatore. Man mano sono arrivate le altre scuole della città e il presidio si è trasformato in un corteo spontaneo (al quale si è unito anche il padre di Abanoub), terminato poi sotto la sede del comune de La Spezia in dissenso verso il sindaco. Il primo cittadino spezzino, Pierluigi Peracchini, subito dopo il delitto, aveva dichiarato: “L’uso dei coltelli arriva solo da certe etnie”, rifiutandosi di proclamare il lutto cittadino, salvo ripensarci dopo il “suggerimento” del ministro dell’Istruzione (e merito), Giuseppe Valditara.
Il titolare di viale Trastevere ha lanciato subito la sua idea di installare i metal detector nelle scuole, su richiesta dei dirigenti e in accordo con le prefetture, estendendo una sperimentazione già avviata in alcuni plessi campani. “È evidente che si debba intervenire con norme severe - ha ribadito anche ieri - ma chi parla di repressione è fuori dalla realtà”. La trovata del ministro è coerente con l’idea che il governo di destra ha della scuola: classista (con i metal detector a segnalare gli istituti dei quartieri difficili i cui iscritti sarebbero ancora più ghettizzati), autoritaria e funzionale non allo Stato ma alla patria, declinata in senso sovranista, in cui lo studente va rieducato e punito. Con i decreti sicurezza a disciplinare il dissenso fuori dalle mura scolastiche. “È insopportabile l’ipocrisia sistemica con cui il governo strumentalizza la morte di Youssef per legittimare nuovi decreti repressivi”, dicono dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università (Ossmi).
Anche le oltre 700 associazioni, realtà politiche e sindacali della rete No Riarmo e No Ddl Sicurezza hanno lanciato l’allarme: “Le aggressioni con i coltelli nelle scuole non possono essere il pretesto per comprimere ulteriormente il diritto al dissenso come prevede il prossimo ddl Sicurezza”. Per la Rete la reazione al caso di La Spezia “fa parte dello stesso disegno autoritario che ispira tutta l’azione del governo Meloni, dal decreto Caivano all’estensione delle zone rosse, dall’abuso dei decreti d’urgenza alla riforma della magistratura, dai ddl che equiparano antisionismo e antisemitismo agli arresti preventivi fino alla delegittimazione del movimento di solidarietà per la Palestina, dalla reintroduzione della leva militare al finanziamento del riarmo come modello economico”. “Il metal detector non può sopperire ai tagli all’istruzione e ai luoghi di ritrovo sociali - ha spiegato al manifesto Roberta Leoni, docente e presidente dell’Ossmi - serve solo alla costruzione del minore come pericolo pubblico che quindi deve essere punito con l’inasprimento delle norme sulla condotta, indotto all’obbedienza per essere poi eventualmente ricompensato, se povero, con un posto nell’esercito”.
Se il metal detecor è all’ingresso, all’interno si è assistito al moltiplicarsi delle pratiche militari: dalla formazione scuola/lavoro nelle industrie belliche alle manifestazioni obbligate per il 4 novembre (Giornata delle Forze Armate) all’esternalizzazione dell’educazione civica non più in capo ai docenti ma appaltata ai carabinieri (educazione alla legalità), alla Guardia Forestale (ambientale), ai bersaglieri, alla Guardia di Finanza (educazione finanziaria) fino ai marines di Sigonella invitati a parlare di educazione alimentare. O all’incontro del Liceo Leopardi Majorana di Pordenone, mercoledì prossimo, con l’Aeronautica militare “per conoscere i contesti in cui opera”.
“Tutti incontri finalizzati al reclutamento e senza contraddittorio”, ha ironizzato Leoni riferendosi alle circolari di Valditara che hanno imposto alle scuole “il pluralismo” negli eventi. La trasformazione delle scuole in caserme non preoccupa solo gli studenti. “Il continuo invio di ispettori negli istituti, il nuovo codice disciplinare per i docenti, le sospensioni dei professori dissidenti a mezzo stampa, c’è un clima di controllo e autoritarismo”, conclude Leoni. Due settimane fa dal Mim è stata diffusa una nota per richiamare i presidi “al rispetto e alla corretta esposizione del Tricolore negli edifici scolastici”. “Dobbiamo rispettare la bandiera per rispettare il nostro popolo”, ha scritto Valditara chiedendo alle scuole di trattare la bandiera come “una priorità educativa”.