Il limite ai ragazzi dobbiamo indicarlo noi
Riassunto
L'autrice analizza la crescente violenza giovanile partendo dalla tragedia di Abanoub, sostenendo che la sola repressione sia inefficace se non accompagnata da un solido percorso educativo. L'articolo evidenzia come i ragazzi cerchino nel contesto scolastico un linguaggio del limite che li aiuti a gestire la rabbia e a contrastare modelli culturali che esaltano il conflitto e l'onore. È necessario investire seriamente nella scuola con riforme condivise e promuovere una cultura della responsabilità, limitando anche l'impatto dei social media sui banchi. Questo intervento sottolinea l'urgenza per gli adulti di tornare a indicare confini chiari, trasformando l'istruzione nell'unico vero investimento possibile per il futuro del Paese.
La Stampa, 20 gennaio 2026
Se la repressione è sbagliata, e prima ancora inefficace, l’educazione e il suo linguaggio del limite sono invece indispensabili. I ragazzi lo cercano, a scuola in primo luogo: lì, infatti, rovesciano aspettative e rabbia. È lì che dovremmo guardare anche noi: capire che le sfide che ha oggi non sono paragonabili a quelle di ieri - dato il vuoto intorno - investire seriamente per metterla nelle condizioni di fare in fondo la sua parte.
Che dolore, il sorriso di Abanoub. Aperto, un po’ sfrontato come deve essere alla sua età. Diciott’anni: il passaggio all’età adulta. Tutto è davanti, tutto è da fare. Tutto è possibile anche se è difficile, anche se devi farti accettare - non sei nato qui, ci sei arrivato - e non puoi limitarti a studiare, perché il bilancio familiare quadra anche grazie ai tuoi sforzi. Non sei il solo, va bene così. Nulla offusca lo sguardo del ragazzo che ride, pronto a prendersi la vita. E invece la vita te l’ha tolta il coltello di un altro ragazzo. Anche lui viene dall’altra parte del mare, anche lui lavora per poter studiare. Non voleva ucciderti, dice, ma “solo darti una lezione”. Che dolore, che sconfitta. Che rabbia.
Rabbia e macerie. Ma come ci si cammina, tra le macerie? E soprattutto: come si ricostruisce? Piovono pietre quando si è travolti da tragedie di queste proporzioni. A volte hanno la forma di parole impegnate, ma rischiano di aggiungersi alle rovine. Annunci, promesse, dichiarazioni dettate dalla fretta e soprattutto dalla paura: fermezza, tolleranza zero. La fretta e la paura sono le peggiori maestre, e chi governa lo dimentica spesso. Per agire bisogna prima capire, ma oggi è più difficile. Il paesaggio è inedito: non basta ciò che sappiamo. Non serve l’ottimismo cieco com’è inutile il pessimismo catastrofista; non servono lezioni e nemmeno scontri. Dovremmo tutti deporre le armi e rimboccarci le maniche perché in mezzo, in pericolo, ci sono loro: i ragazzi. I soli verso cui abbiamo responsabilità da esercitare.
Le lame non sono un’epidemia incurabile, non le hanno solo i ragazzi di seconda generazione. Feriscono a Spezia, Milano e Frosinone per mani italiane. Dietro c’è una cultura, un linguaggio. Si è affermato, è egemone - perdonate il novecentismo - ha vinto nella realtà (ne scriveva il Direttore domenica) e nella fiction, che ha fatto passare per racconto realista forme autenticamente celebrative. Ma questo codice primordiale, fatto di onore da affermare e vendicare, di guerre e di sangue, di uomini veri - più qualche donna - non lo hanno certo inventato i giovani. Loro ne apprendono velocemente la grammatica: capiscono che è il modo più efficace per dar voce alla rabbia, essere accettati e - quel che conta - temuti. Non sto gettando la croce sulle serie televisive, sto cercando di dire che i ragazzi (non tutti, ma chi cade) lo sanno riconoscere nonostante le nostre migliori intenzioni educative.
Se la repressione è sbagliata, e prima ancora inefficace, l’educazione e il suo linguaggio del limite sono invece indispensabili. I ragazzi lo cercano, a scuola in primo luogo: lì, infatti, rovesciano aspettative e rabbia. È lì che dovremmo guardare anche noi: capire che le sfide che ha oggi non sono paragonabili a quelle di ieri - dato il vuoto intorno - investire seriamente per metterla nelle condizioni di fare in fondo la sua parte. Traduco: investimenti e riforme, possibilmente condivise. Basta considerarla come fossimo in un altro tempo, una voce di spesa: è il solo futuro possibile.
Una postilla ancora: dire no ai social sui banchi - non nella vita - aiuta una cultura delle responsabilità. Imparare a capire l’impatto delle proprie azioni, il loro effetto sugli altri; imparare che l’esperienza deve legittimare il linguaggio. Paesi molto avanzati sul terreno educativo vanno su questa strada: non dovremmo avere una posizione liquidatoria, ma di ascolto. Se vogliamo che i ragazzi riconoscano il limite, dobbiamo cominciare a indicarlo noi.