Torino. Suicidio di Moussa al Cpr, le accuse dell’ex direttrice: “La Garante non si presentò”
Riassunto
Annalisa Spataro, ex direttrice del Cpr di Torino a processo per il suicidio di Moussa Balde, ha rilasciato pesanti dichiarazioni denunciando un sistema istituzionale maschilista che scaricherebbe le responsabilità sui civili. L'imputata ha chiarito di non avere effettivi poteri decisionali o disciplinari, criticando duramente l'operato della Polizia e dei Garanti dei detenuti nella gestione del giovane. Spataro sostiene che la permanenza di Balde in isolamento non dipendesse dalla sua volontà, ma da decisioni della Questura legate a motivi di ordine pubblico. Questo caso solleva interrogativi urgenti sulla catena di comando e sulle reali responsabilità gestionali all'interno dei Centri di permanenza per il rimpatrio.
Corriere di Torino, 20 gennaio 2026
“Eravamo donne immerse in un sistema istituzionale profondamente maschile, che non ha fatto altro che ricordarci costantemente che eravamo dei civili, che ci occupavamo dei servizi e che a quello avremmo dovuto limitarci. Peccato che questo principio fosse chiaro per noi, ma venisse richiamato dalle forze dell’ordine solo quando faceva loro comodo. In caso contrario ci veniva ricordato che eravamo direttrici e ci venivano attribuiti ruoli e responsabilità che non ci appartenevano”. È un duro j’accuse il testo letto in aula da Annalisa Spataro, ex direttrice del Cpr di corso Brunelleschi a processo per la morte di Moussa Balde, il 23enne originario della Guinea che nel maggio 2021 si tolse la vita in un modulo di isolamento dopo essere arrivato da Ventimiglia, dove aveva subito una violenta aggressione.
La dipendente di Gepsa, società di facility management che fino al 2023 gestiva i servizi nel centro, risponde di omicidio colposo insieme al responsabile sanitario Fulvio Pitanti. Ieri, con l’istruttoria alle battute finali, ha reso dichiarazioni spontanee leggendo una lunga memoria davanti al giudice Claudio Canavero, in cui ha rievocato episodi inediti e non ha risparmiato pesanti critiche all’operato della Polizia e dei Garanti dei detenuti. “Dissi a Moussa che ero disponibile a chiedere a Gigante (funzionario di Polizia indagato e poi archiviato, ndr) di trasferirlo nell’area insieme agli altri - ha raccontato. Gli chiarii che non potevo garantirgli nulla e che la decisione non dipendeva da me, essendo lui trattenuto in ospedaletto per motivi di ordine pubblico. Lui si mostrò sorpreso. Mi disse: “Sto bene dove sto, ho la tv. Voglio restare qui. Sto solo aspettando perché ho chiesto di essere rimpatriato, non voglio più stare in Italia”.
L’imputata ha anche descritto il suo rapporto di lavoro con Gepsa e con la forza pubblica presente nel Centro. “Dire che ero direttrice del Cpr è fuorviante - ha spiegato - Sarebbe stato più appropriato definirmi responsabile dei servizi alla persona all’interno del Cpr. Mi resi conto di quanto fosse difficile far comprendere che non avevo un ruolo direttivo assimilabile a quello di un carcere: non avevo alcun potere decisionale, giuridico, disciplinare, né di spesa. Ero inquadrata come impiegata di primo livello, una lavoratrice subordinata che doveva attenersi alle direttive ricevute all’interno di una struttura gerarchica”. Duro il suo giudizio sull’operato della ex garante comunale Monica Gallo, accusata di affidare anche le comunicazioni importanti a “messaggi su Whatsapp”.
“La questura spostava i reclusi a suo piacimento nell’ospedaletto. Venne invitata la Garante a fare visita a Moussa, lei rispose: “Non prima della prossima settimana”. Ma lui commise il gesto estremo prima. Mi pare che in alcuni casi ci sia stato un interesse al silenzio”, ha dichiarato Spataro. “Nel nostro piccolo - ha concluso - abbiamo fatto tutto ciò che era possibile fare. In questi anni ci siamo sentite dire quanto fossimo inadeguate perché non prendevamo decisioni e soprattutto perché non prendevamo posizione. Ma chi lavora in un posto come il Cpr non è lì per essere d’accordo con ciò che accade: eravamo lì solo per lavorare”.