Hannoun resta in carcere, scontro sui report d’Israele. L’accusa: “Valide le carte”
Riassunto
L'inchiesta di Genova sul presunto finanziamento di Hamas ha visto la scarcerazione di tre indagati su sette, mentre il leader Mohammad Hannoun resta in custodia. La difesa contesta l'uso di documenti provenienti dai servizi segreti israeliani, definendoli informazioni non validate acquisite in zone di conflitto che violerebbero le garanzie processuali. La procura rivendica invece la validità degli atti citando linee guida internazionali dell'Eurojust sull'uso di intelligence estera e segnalazioni dell'FBI come prove legittime. Questo caso solleva un dibattito cruciale sull'equilibrio tra sicurezza nazionale e garanzie dello Stato di diritto nell'utilizzo di informazioni di intelligence come prove giudiziarie.
La Stampa, 20 gennaio 2026
Inchiesta su Hamas, il Riesame mette in libertà 3 indagati su 7. Un documento dei pm: “Utilizzabili gli atti di Servizi esteri e Fbi”. Sembra una sfida semplice. Ma è un risiko giuridico. Un braccio di ferro complesso che trova nuova linfa dopo che ieri il tribunale del Riesame di Genova ha scarcerato tre dei sette indagati per terrorismo accusati di avere finanziato Hamas con oltre sette milioni di euro. Sembra una vittoria solo per tre difensori su sette, l’avvocato Samuele Zucchini, che assiste Raed Al Salahat, Nicola Canestrini e Fausto Gianelli, che tutelano Abu Rawwa e Sandro Clementi, che difende Abu Dejah. Eppure la notizia è stata accolta come un punto a favore di tutte le difese.
Dopo aver saputo che Mohammad Hannoun, il principale indagato, resta in carcere, l’avvocato Fabio Sommovigo si è lasciato scappare, riguardo ai tre liberati: “Sembra quasi che i giudici abbiano escluso dalla valutazione l’uso degli atti di Israele. Se così fosse, si aprono prospettive difensive molto ampie”. È presto per azzardare ipotesi sul ragionamento del collegio che ha annullato l’ordinanza del gip per tre presunti sodali del fondatore dell’Associazione benefica di solidarietà al popolo palestinese, confermando la misura di custodia cautelare, oltre che per Hannoun, anche per Mousa Husny Ra Ed Dawoud (detto Abu Falastine), Yaser Elasaly e Riyad Albustanji. Le motivazioni saranno depositate entro trenta giorni.
Ma le difese ribadiscono il concetto già espresso appena scattarono le manette della Digos e della Guardia di finanza. L’inchiesta della procura di Genova si baserebbe su documenti mandati dai Servizi segreti israeliani. E questo fatto costituirebbe “una grave torsione dei principi dello Stato di diritto, della cooperazione penale internazionale e delle garanzie fondamentali del processo penale”. “L’iniziativa giudiziaria in atto - precisano i difensori - non riguarda condotte penalmente accertate, bensì la trasmissione e circolazione di informazioni acquisite in uno scenario di guerra, provenienti da un contesto di conflitto armato in corso e prodotte da apparati di sicurezza stranieri. Non si tratta di prove giudiziarie. Ma di informazioni non validate”.
Il procuratore Nicola Piacente non parla. Ma dall’ordinanza del gip trapela l’esistenza di un’altra mole di documenti nelle mani dell’accusa. Intercettazioni telefoniche e ambientali. “Dobbiamo fare la jihad”, “Noi ci sacrifichiamo con i soldi e il tempo e loro col sangue”, diceva Hannoun nel 2024. Poi ci sono le relazioni della Guardia di finanza sui movimenti bancari e le triangolazioni con la Turchia. E, dopo le perquisizioni, i riscontri trovati nei server dei pc degli indagati, sequestrati nelle sedi dell’associazione, trovati nei box o nascosti dentro ai muri. Le informazioni coinciderebbero almeno in parte con quanto avrebbero rilevato i Servizi israeliani. Ma anche se così non fosse, anche se il processo si giocasse tutto sull’attendibilità di quei famosi report spediti da Israele che diedero vita all’inchiesta, la procura ha una carta da giocare. Gli studi e le raccomandazioni sull’utilizzo della documentazione proveniente da contesti bellici provenienti da Eurojust e dal consiglio d’Europa. Il procuratore Piacente è stato presidente del comitato di esperti sul terrorismo presso il consiglio fino al 31 dicembre. Di fatto, ha contribuito a scrivere le regole del gioco. In particolare, c’è un paragrafo delle “Pratiche comparative sull’uso delle informazioni raccolte nelle zone di conflitto come prove nei procedimenti penali” che può rafforzare la tesi della procura nel duello ingaggiato con le difese. Si intitola “Contatti informali con le controparti straniere”.
C’è scritto - e su questo si basa l’inchiesta genovese - che “gli Stati spesso condividono inizialmente e talvolta esclusivamente le informazioni relative alle indagini e ai procedimenti giudiziari in materia di terrorismo in un altro stato attraverso i canali di intelligence”. Non solo. Viene messo nero su bianco che nelle inchieste valgono anche “i contatti con le agenzie militari e di intelligence”. Che enti come Fbi possono “facilitare tale condivisione internazionale”. Che questo “approccio flessibile” sarebbe consentito. Viene citato anche un caso scuola. Il processo a carico di Mohammed Abdallah, 26 anni, condannato nel Regno Unito a dieci anni per terrorismo, accusato di essere un guerriero dell’Isis. La prova regina era un registro dei combattenti dell’Isis che un disertore del gruppo aveva passato in segreto a una televisione.