Per il lavoro in carcere ci vogliono idee. Dall’arte orafa ai corsi per diventare sommelier
umbria24.it, 20 gennaio 2026
Potremmo evitare preamboli e limitarci a informare sul fatto che nelle carceri dell’Umbria, tra le attività comuni agli altri penitenziari, c’è chi si è inventato un corso di oreficeria. Mentre, alle porte dell’Umbria, a Siena, c’è chi ha messo a disposizione dei detenuti la possibilità di diventare sommelier. Tuttavia la grande questione della detenzione deve consentire alcune premesse. La prima tra tutte: occorrono idee. La seconda: coraggio. Se è vero, come lo è, che la detenzione, è prima di ogni cosa una possibilità di recupero, nell’ottica di un reinserimento nella società, per chi ha sbagliato. Se si provasse a misurare, nelle carceri, quanti vorrebbero potere accedere a una possibilità di lavoro, anche dentro le mura, o almeno di formazione a una professione, unitamente a quanti realmente sarebbero nella possibilità di farlo, rispetto a quanti ci riescono, otterremmo una sproporzione.
La tecnologia, oggi, consente, molto più che in passato, monitoraggi puntuali che ampliano le possibilità di occupazione fuori dal penitenziario anche di un certo numero di detenuti che prima non potevano che rimanere all’interno. Strumenti come braccialetti elettronici e altri aggeggi che consentono un monitoraggio puntuale e in tempo reale, potrebbero realmente allargare la base di coloro che per alcune ore potrebbero lasciare la struttura. Si è, probabilmente, fin troppo disponibili a concepire un detenuto, in buona salute e in età lavorativa, in una condizione inoperosa. Fatta eccezione per quanti non possono che rimanere ristretti e magari isolati, per tutti gli altri, sono forse maturi i tempi per concepire la detenzione, in una formula completamente diversa.
Come popolazione attiva quindi. Impegnata sul fronte del lavoro come della formazione. Restituendo, fin da subito, a se stessi e alla collettività parte di quanto è stato tolto. Ma questo necessita, di visione e di organizzazione. Coinvolgere i detenuti, non è semplice. Ma neppure impossibile. È larga ormai l’esperienza, dai laboratori teatrali a quelli professionali, dalle cucine, alle lavanderie, fino alle falegnamerie e alle aziende agricole, per intuire quali siano i punti di maggiore difficoltà e quali le soluzioni possibili. Ma è fondamentale che il detenuto guardi a questa possibilità con entusiasmo. Immaginare cioè di acquisire competenze che hanno un certo fascino persino fuori dal carcere, come ottenere certificazioni, attestati, diplomi, titoli fin qui impensabili, può essere la molla che innesca il protagonismo.
Associazioni di categoria, insieme al terzo settore, sono lo strumento che trasforma le buone intenzioni in realtà. Attualmente a Perugia‑Capanne si svolgono lavori di gestione quotidiana come cucina e lavanderia, affiancati da corsi scolastici di base. Ha preso forma negli anni passati una proficua attività economica legata all’agricoltura che ha riscosso successo non soltanto nella popolazione carceraria ma anche nella comunità cittadina.
A Spoleto operano laboratori di falegnameria, officine e iniziative di cura sociale, tra cui la gestione di un rifugio per cani, oltre a percorsi formativi che coinvolgono centinaia di detenuti. Terni propone attività lavorative interne simili e un’offerta formativa con corsi scolastici e attività sportive, mentre Orvieto si distingue per i laboratori artigianali (falegnameria, sartoria, officina) e un corso professionale di oreficeria oltre all’istruzione di base, con l’obiettivo di fornire competenze spendibili anche fuori dal carcere. Il corso di orafo a Orvieto ha durata biennale ed è orientato alla produzione artigianale di oggetti culturali.
Alle porte dell’Umbria nel carcere di Siena, una recente iniziativa ha attirato l’attenzione su come è possibile allargare le possibilità formative. Per la prima volta, sei detenuti potranno seguire il corso d’alta formazione da sommelier, fino al conseguimento del titolo professionale. Venticinque lezioni intensive, la prima prevista lunedì 19 gennaio, copriranno tutti e tre i livelli della didattica Ais; i partecipanti studieranno materie come viticoltura, enologia e tecniche di servizio, con il supporto di dispense e materiale audiovisivo così come di esercitazioni pratiche, come avviene per i frequentanti esterni, e il 24 giugno sosterranno la prova finale, scritta e orale, il cui superamento garantirà il rilascio del diploma di sommelier Ais.
I tempi, la tecnologia, quanto già sperimentato in molti penitenziari, non soltanto in Italia, consentono oggi di interpretare la detenzione in maniera alternativa all’apatia e all’esclusione. Ma oltre al bisogno di buone idee c’è bisogno di buona organizzazione. E, soprattutto c’è bisogno che la politica riconosca persone dietro le sbarre. Come una priorità tra le cose da fare. Non soltanto quando un parlamentare fa visita a qualche vecchio amico.