Suicidi in carcere, -10% nel 2025: Nordio scommette su scuola e cultura
Riassunto
Il ministro Carlo Nordio ha presentato la relazione sulla giustizia per il 2025, evidenziando un calo del 10% dei suicidi in carcere, pur definendo il fenomeno ancora strutturale e allarmante. Per contrastare l'isolamento e il disagio, il Ministero punta su un Piano di prevenzione integrato e sul potenziamento dell'istruzione, con oltre 19.000 detenuti coinvolti in percorsi scolastici e universitari. La gestione della salute mentale tramite le REMS resta un nodo centrale, nonostante le aspre critiche di esponenti come Giachetti sulle condizioni degradanti degli istituti. Questa situazione sottolinea l'urgenza di passare da una gestione emergenziale a riforme strutturali che garantiscano effettivamente la dignità e la salute dei detenuti.
Il Sole 24 Ore, 22 gennaio 2026
La relazione sull’amministrazione della giustizia nel 2025 alla Camera. Alle 15 in Senato. L’istruzione una leva per arginare il rischio isolamento dei detenuti. Giachetti (Iv): “I detenuti vivono nelle porcilaie”. Nel 2025 il fenomeno dei suicidi in carcere continua a rappresentare una delle criticità più gravi del sistema penitenziario italiano. Secondo i dati illustrati alla Camera dei deputati dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, i suicidi registrati nelle strutture detentive risultano in calo del 10% rispetto all’anno precedente. Un segnale che va nella direzione giusta, ma che - per come viene letto dal Ministero - non consente alcun alleggerimento dell’allerta: il tema resta strutturale e impone interventi mirati, organizzati e continuativi.
La linea indicata dal Guardasigilli è chiara: la riduzione percentuale, pur significativa, non basta a ridimensionare l’impatto umano e istituzionale del fenomeno. Proprio per questo, nell’illustrare l’andamento dell’amministrazione della giustizia, Nordio ha richiamato la necessità di una risposta “determinata”, fondata su uno specifico Piano di prevenzione e contrasto.
Il Piano contro i suicidi: rete integrata tra carcere, sanità e volontariato - Per arginare i suicidi in carcere, l’Amministrazione penitenziaria - secondo quanto riferito dal ministro - ha promosso una rete di intervento che mette insieme più livelli: istituzioni penitenziarie, servizi sanitari, volontariato e personale di Polizia penitenziaria. Il punto centrale, nella descrizione fornita alla Camera, è il passaggio da un approccio “emergenziale” a una logica di prevenzione strutturata, in cui la sorveglianza non è l’unico strumento e la tutela della persona detenuta non è demandata a un singolo attore. L’obiettivo, almeno nelle intenzioni dichiarate, è intercettare prima i segnali di fragilità e ridurre i fattori di rischio che, in contesti di sovraffollamento e isolamento, possono diventare detonatori.
In questa impostazione la Polizia penitenziaria non viene chiamata solo a compiti di custodia, ma entra a pieno titolo nella filiera della prevenzione, insieme agli operatori sanitari e alle realtà del terzo settore presenti negli istituti. È una scelta che, se sostenuta da risorse, formazione e protocolli chiari, può incidere: non perché “risolve” il problema, ma perché rende più difficile che le situazioni critiche restino invisibili.
Istruzione in carcere: scuola e università come fattori di protezione - Tra i dati presentati dal ministro, ampio spazio è dedicato ai percorsi educativi, considerati anche come leve indirette di prevenzione del disagio. Nel 2025 risultano attivati 901 corsi scolastici di primo livello e 782 corsi di secondo livello, con il coinvolgimento complessivo di 19.391 detenuti e detenute in percorsi di istruzione. Il dato è rilevante non solo per la quantità di corsi attivati, ma per la platea raggiunta: in carcere l’istruzione non è un “optional” culturale. Può diventare un presidio quotidiano contro il vuoto, la marginalità e la perdita di prospettiva, elementi che spesso si sommano a disturbi preesistenti o a crisi personali legate a processi, condanne, rotture familiari.
Sul fronte universitario, l’accesso allo studio superiore registra 1.837 detenuti iscritti, con 260 dipartimenti universitari coinvolti e 437 corsi di laurea attivi negli istituti penitenziari. È un’infrastruttura che, nei numeri, descrive una rete nazionale ampia. Resta però decisivo un punto: la differenza la fa la continuità reale dei percorsi (tempi, strumenti, tutoraggio, collegamenti con gli atenei), non l’esistenza formale dell’offerta. Ma il messaggio politico, oggi, è che lo studio viene indicato come una delle componenti della risposta complessiva alla fragilità detentiva.
Nordio ha collegato il tema dei suicidi anche al rafforzamento della tutela della salute mentale, richiamando la collaborazione interistituzionale per potenziare i servizi psichiatrici e gestire le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS). Il quadro aggiornato indicato dal ministro fotografa la situazione al 7 novembre 2025: risultano ricoverate 675 persone nelle REMS, di cui 606 uomini e 69 donne. Il dato, letto nel contesto del dibattito penitenziario, evidenzia un punto delicato: la gestione del disagio psichico non può essere scaricata sul carcere, ma richiede canali dedicati, competenze cliniche e strutture adeguate. Le REMS, in questo senso, sono uno snodo essenziale, anche se storicamente gravato da criticità di capienza e tempi di attesa.
L’elemento “salute mentale” è probabilmente quello più sensibile rispetto al tema suicidi: prevenire significa anche garantire diagnosi tempestive, presa in carico, continuità terapeutica e interventi nelle fasi acute. Se la rete descritta dal Ministero regge sul territorio e dentro gli istituti, è qui che dovrebbe produrre effetti misurabili.
Giachetti: “I detenuti vivono nelle porcilaie” - “Ministro glieli do io i numeri del sovraffollamento delle carceri: a fine novembre 2025 è di 63.868 persone, +2.000 rispetto all’anno precedente, a fronte di una capienza di 46.124 posti -700 rispetto all’inizio dell’anno. Ma cosa vuole fare con questi numeri, in una situazione di dramma di questo tipo”. Lo ha detto il deputato di Iv Roberto Giachetti nell’Aula della Camera parlando al ministro Carlo Nordio. “Lei come fa ad escludere che gente che vive come nelle porcilaie non arrivi a suicidarsi per una cosa del genere?”, ha urlato Giachetti sempre rivolto al ministro.