Padova. “Siamo davanti a una tragedia annunciata. Da tempo si parlava di una dismissione”
Riassunto
L'articolo analizza le conseguenze della chiusura della sezione di Alta Sicurezza del carcere Due Palazzi di Padova, segnata dal tragico suicidio del detenuto Pietro Marinaro durante il trasferimento. I rappresentanti del volontariato, Ornella Favero e Attilio Favaro, denunciano la fine di un modello riabilitativo d'eccellenza che permetteva ai condannati per gravi reati di intraprendere percorsi di cambiamento. Il trasferimento improvviso e la perdita dei pochi punti fermi costruiti negli anni sono descritti come atti di estrema crudeltà che vanificano i progressi compiuti. Questa vicenda mette in luce la critica gestione dei regimi detentivi speciali e l'importanza vitale dei progetti di reinserimento nel sistema penitenziario italiano.
Il Mattino di Padova, 29 gennaio 2026
La chiusura della sezione di Alta Sicurezza a Padova e il suicidio di Pietro Marinaro, uno dei detenuti coinvolti nel trasferimento, hanno scosso profondamente il mondo del volontariato che da anni opera dentro l’istituto. A raccontare cosa si è spezzato sono Ornella Favero, presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti, e Attilio Favaro, presidente dell’associazione Ocv Operatori Carcerari Volontari. “Quello che è successo è un suicidio annunciato”, incalza Omelia Favero. “Da tempo era nell’aria la chiusura della sezione e il trasferimento dei detenuti. Questa è la fine di un progetto molto speciale, l’unico modo per provare a cambiare la mentalità di persone che si sono macchiate di gravi reati, spesso appartenenti alla criminalità organizzata”.
Al Due Palazzi erano detenuti anche nomi storici dell’Alta Sicurezza, come Antonio Papalia, boss storico della ‘ndrangheta, condannati a pene lunghe, inseriti in percorsi di reinserimento. Favero ricorda che due anni fa la sperimentazione di Ristretti Orizzonti è stata chiusa dopo una stretta del governo su tutto il circuito di Alta Sicurezza: “I detenuti non hanno più potuto svolgere attività, con i detenuti comuni. I volontari potevano ancora entrare, continuare corsi di scrittura, artigianato e cucito, come quello dell’Ocv che frequentava Marinaro”.
Poi la decisione improvvisa: “Il cambio di carcere è un trauma. Stravolge i pochi punti fermi costruiti in tanti anni. Prendere persone e impacchettarle da un giorno all’altro è di una crudeltà terribile. Ho famiglie che chiamano chiedendo notizie. Padova era un’eccezione di apertura rispetto all’Alta Sicurezza nel resto d’Italia”.
Anche Attilio Favaro parla di un colpo durissimo: “Marinaro era una persona chiusa, ma negli anni aveva imparato a partecipare, veniva al laboratorio di cucito”. Intorno a quelle attività, spiega, si erano create relazioni solide, tra detenuti e con i volontari. Dopo la notizia dei trasferimenti, “alcuni erano tranquilli, ma molti piangevano”.
Favaro sottolinea che negli ultimi mesi la situazione era già peggiorata. “Da tre mesi non c’era più la “sezione aperta”, con le celle aperte otto ore al giorno e la possibilità di parlarsi nei corridoi”. Una chiusura che pesa, conclude, “e che ha colpito profondamente anche la direttrice, molto afflitta per quanto accaduto”