Il referendum sulla giustizia sarà un derby sul governo

Riassunto

Angelo Panebianco analizza il prossimo referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, definendolo la prima vera riforma liberale della Costituzione italiana. L'autore sostiene che la distinzione tra giudici e pubblici ministeri sia fondamentale per garantire la terzietà del giudice e rompere i legami corporativi all'interno dell'Associazione Nazionale Magistrati. Panebianco critica il clima di scontro ideologico della campagna elettorale, ribadendo come la riforma favorirebbe la presunzione di non colpevolezza e un sistema di pesi e contrappesi necessario a tutelare i cittadini. Questo voto rappresenta un passaggio decisivo per l'evoluzione del sistema giudiziario italiano verso un modello più equilibrato e garantista.

di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 23 gennaio 2026
Tra principi liberali e scontri ideologici, il voto di marzo diventa un test politico. Più scontro che confronto. La campagna elettorale in vista del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati illustra bene l’abisso che separa la democrazia ideale e la democrazia reale. In una democrazia ideale alle prese con un referendum si confrontano pacatamente opinioni diverse che entrano nel merito della legge, ne discutono i dettagli, valutano le potenziali implicazioni delle norme. In una democrazia ideale i contendenti condividono un principio e un metodo: il principio consiste nel riconoscimento comune che nessuno è autorizzato a credersi il detentore della “verità”.
Si confrontano opinioni e ciascuno ha il diritto di esplicitare, a sostegno della propria, argomenti che egli (legittimamente) ritiene più plausibili di quelli avanzati dai sostenitori dell’opinione opposta. Il metodo consiste nel discutere a partire da una base comune: la comune conoscenza dei contenuti della legge sottoposta a referendum.
Come ognun vede, ciò che davvero accade, con tutto ciò, c’entra ben poco, anzi nulla. Insulti sanguinosi, processi alle intenzioni, disinformazione distribuita a piene mani sui contenuti della legge, gli oppositori trattati non da avversari che hanno un’opinione diversa dalla propria ma come nemici che è lecito aggredire verbalmente. Vogliamo dire che un referendum su un tema rilevante è un’ottima occasione per osservare certi esseri umani nel momento in cui riescono a tirare fuori il peggio di sé?
Ovviamente, trattando di una questione così divisiva, è giusto che ciascuno esponga la propria opinione. Quella di chi scrive, illustrata periodicamente su questo giornale per oltre trent’anni, è che se si arrivasse davvero a separare le carriere di giudici e pubblici ministeri, questa sarebbe la prima, vera, riforma “liberale” della Costituzione varata nel 1948. Garantirebbe che il giudice sia sempre terzo, senza legami con l’avvocato dell’accusa e con quello della difesa. Garantirebbe quel gioco di “pesi e contrappesi” entro l’istituzione giudiziaria che è l’unico modo fin qui escogitato per tutelare i diritti della persona (soprattutto a fronte di quel “terribile diritto” che è il diritto penale). Per sovrappiù, la chiara distinzione fra giudici e pubblici ministeri consentirebbe al pubblico di aspettare il parere del giudice prima di abbracciare le tesi del pm. Renderebbe non più solo una grida manzoniana ma un principio vivo nella consapevolezza dei più la presunzione di non colpevolezza fino all’emissione della sentenza.
Si considerino le obiezioni più serie. Ossia, lasciamo da parte bugie e scorrettezze varie (come quella secondo cui i fautori della separazione delle carriere sarebbero tutti piduisti o giù di lì). Senza dimenticare però che bugie e sciocchezze - come mostra tanto di ciò che circola sui social su qualunque argomento - sono in grado di fare presa sui più sprovveduti.
Le obiezioni serie, dunque. Si riducono a due. La prima è che i passaggi da un ruolo all’altro (da giudice a pm e viceversa) sono ormai ridotti al lumicino. Talché, la separazione delle carriere sarebbe già di fatto operante. È un’obiezione solida solo in apparenza. Perché ciò che non è stato ancora spezzato è il legame corporativo fra gli occupanti dei due ruoli: essi sono tuttora rappresentati dalle stesse organizzazioni corporative (l’Associazione nazionale magistrati, le correnti organizzate). Se la legge supererà lo scoglio del referendum ciò non avrà più senso. È un fatto che se non si spezzano quei legami, un’autentica separazione non ci può essere. Ciò che è necessario è un disallineamento fra gli interessi corporativi dei giudici e quelli dei pm. Non c’è vera separazione se il giudice, pensando che potrebbe un giorno ritrovarsi il pm che ha di fronte dentro il Csm a decidere della sua carriera, non si sente del tutto libero, se così ritiene, di dargli torto.
La seconda obiezione meritevole di attenzione è che, con la legge prevista, si rischia di lasciare i pm privi di vincoli, un corpo di superpoliziotti in grado di fare e disfare ciò che vogliono. A parte il fatto che, come dimostrano le vicende giudiziarie degli ultimi decenni, i suddetti superpoliziotti sono già tra noi da un bel pezzo, l’obiezione non appare comunque dirimente. Tutto è possibile naturalmente e, come si è detto, nessuno possiede la “verità”. Ma è lecito ritenere che i pm sarebbero comunque bilanciati dai giudici, vincolati per il fatto di avere il fiato dei giudici sul collo.
La sua vitale necessità di mantenere la connessione corporativa fra giudici e pm spiega perché l’Associazione nazionale magistrati si batta come un leone per difendere l’unità delle carriere. Così come fanno le correnti organizzate. Quella connessione è sempre stata la base della loro potenza. Il che spiega, come ha denunciato Antonio Di Pietro (Corriere della Sera, 17 gennaio) le tante tesi infondate messe in circolazione. Come quella secondo cui ciò a cui puntano i fautori dei “sì” sarebbe il controllo politico dei pm. La realtà smentisce tale illazione.
Nella legge non c’è nulla del genere. Per giunta, nella pratica delle democrazie occidentali la separazione è la regola ma ciò solo raramente si associa al controllo politico dei pm. Il paradosso è che quel controllo c’è invece nell’unica democrazia che condivide con l’Italia l’unità delle carriere (la Francia). L’Associazione nazionale magistrati, comunque, si dimostra ancora una volta molto brava nel chiamare a raccolta i tanti professionisti dell’”allarme democratico”, quelli che “aiuto, sta arrivando la tirannia”.
Si sa, ci attende un derby in cui il voto decisivo, plausibilmente, sarà, non già quello di coloro che la pensano in un modo o nell’altro sulla separazione, ma quello di quanti sono a favore o contro il governo in carica: un referendum sul governo, insomma. Da qui l’accusa di “traditori” che esponenti della sinistra lanciano contro i tanti che, pur di sinistra, si sono pronunciati per il “sì”. La libertà individuale non è mai stata una vera priorità degli italiani. Presumibilmente, continuerà a non esserlo quale che sarà il risultato referendario. Magari, chissà?, le regole e le procedure che servono a tutelare la libertà dei singoli staranno più a cuore, o così si spera, alle generazioni successive.