Padova. Detenuto si uccide in cella alla notizia del trasferimento
Corriere del Veneto, 29 gennaio 2026
Era un ergastolano. I volontari: scosso per la decisione. Ieri mattina lo hanno trovato senza vita nella sua cella nella sezione Alta Sicurezza del carcere Due Palazzi di Padova. Proprio nel giorno in cui sarebbe stato trasferito in un altro carcere. Per Pietro M. 73 anni, calabrese condannato all’ergastolo, rinunciare al lavoro che negli ultimi anni aveva svolto in carcere, ai pochi legami solidi e quotidiani della sua vita, è apparso come un confine inaffrontabile. D’altro canto il provvedimento era calato dall’alto: il Dap, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ha deciso di declassare proprio quella sezione di Alta Sicurezza dove si trovava Pietro, per far posto a più detenuti. Mentre le celle di alta sicurezza possono contenere al massimo una persona, il declassamento consente di ospitare due detenuti in una stanza, quel reparto sarebbe passato da 25 a 50 carcerati. Lui era a Padova da 19 anni, e da 13 lavorava per una cooperativa che si occupa di realizzare piccole borse in tessuto. Un lavoro che Pietro aveva imparato a fare con passione e che gli aveva permesso di riempire le giornate, dando senso alla sua vita.
La decisione di trasferirlo è arrivata lunedì. In questi ultimi giorni Pietro aveva incontrato le magistrate del tribunale di Sorveglianza che lo avevano conosciuto durante la sua permanenza in carcere, e i volontari della cooperativa con i quali aveva imparato a cucire, che sono stati gli ultimi a vederlo. “Martedì siamo riusciti salutarlo un’ultima volta, era profondamente abbattuto, ci ha detto “grazie”, ha pianto... era una persona molto silenziosa, tranquilla, in laboratorio aveva la sua macchina per cucire, si era specializzato nei bauletti fatti con i tessuti di vecchi jeans” spiegano i volontari Giorgio Rietti e Emanuela Bortoliero. Ieri, quando la notizia della morte di Pietro si è diffusa, una cinquantina di volontari che lavorano in carcere si sono radunati sotto al Due Palazzi nonostante un vento gelido e la pioggia. Tra loro i responsabili della cooperativa Giotto, guidata da Nicola Boscoletto, Ristretti Orizzonti con Ornella Favero. “Questa mattina (ieri ndr) Pietro sarebbe stato portato in un altro carcere, non era un trasferimento, ma era una deportazione vera e propria, è crudele che si spostino le persone come dei pacchi, solo per fare più spazio, senza tenere conto dei loro percorsi, delle loro storie e delle loro età, non dimentichiamo che qui parliamo di un uomo di 73 anni” spiega Attilio Favaro di Ocv, operatori carcerari volontari.
Pietro era stato arrestato nel 1998 per delitti di ‘ndrangheta, e poi condannato per associazione mafiosa e omicidio. Non aveva mai voluto collaborare con la giustizia, per questo non aveva avuto permessi o attenuazioni del regime carcerario duro. Sottoposto a regime di 41 bis poi era stato trasferito a Padova, dove aveva vissuto gli ultimi 19 anni. È noto ormai che il Due Palazzi è una tra le strutture migliori in Italia sul fronte della riabilitazione del lavoro carcerario. Qui Pietro aveva lentamente iniziato a costruirsi una vita nuova, pur chiuso dietro a quattro mura. Ieri la procura ha aperto un fascicolo per approfondire le cause della morte, in carcere ieri per i rilievi la Polizia scientifica, il medico legale Antonello Cirnelli su delega del pm Marco Brusegan. Domani l’autopsia.
Il suicidio ha toccato profondamente la politica e la società. Il vescovo di Padova Claudio Cipolla afferma di seguire “con particolare attenzione” la situazione e, pur “rispettando le motivazioni dell’istituzione”, rileva che i trasferimenti comportano “l’interruzione di percorsi umani, lavorativi e spirituali fondamentali nel percorso di rieducazione”. Debora Serracchiani e Alessandro Zan del Pd parlano di “una tragedia frutto di un atto di violenza istituzionale”, denunciano che il trasferimento improvviso di detenuti inseriti in percorsi di reinserimento rappresenta “la cancellazione deliberata della funzione rieducativa della pena” e viola “il principio del divieto di regressione trattamentale”. Il cappellano del carcere don Marco Pozza descrive quanto accaduto come “un diktat dall’alto” che “smantella la speranza e il senso stesso della pena: la rieducazione”.