Piacenza. Il cappellano: “In carcere è garantita più la pena che il trattamento”
Riassunto
Don Adamo Affri, cappellano del carcere di Piacenza, sottolinea la grave carenza di risorse umane a fronte di un sovraffollamento che ostacola i percorsi di rieducazione e supporto psicologico. L'intervista evidenzia come il sistema attuale privilegi la punizione rispetto al trattamento, alimentando il senso di isolamento dei detenuti e il rischio di recidiva. Viene proposta una maggiore integrazione tra carcere e società civile, attraverso l'accoglienza in parrocchie e comunità, per abbattere lo stigma sociale. Questo appello richiama l'urgenza di rendere la pena carceraria un percorso di reale umanità e reinserimento, come previsto dalla Costituzione.
ilnuovogiornale.it, 24 gennaio 2026
Da sedici anni don Adamo Affri è cappellano del carcere di Piacenza. “C’è un grosso lavoro di supporto da mettere in atto, ma mancano le risorse umane per farlo”. I detenuti sono persone come noi, hanno una storia da raccontare e un bisogno di sentirsi accolti al di là del reato commesso. Solo così la speranza che è dentro di loro può rinascere. Lo sa bene don Adamo Affri, 56 anni, da sedici cappellano del carcere delle Novate. Membro della Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini, da pochi mesi collabora nel servizio pastorale nella Comunità pastorale 2 del Vicariato val d’Arda.
Quanto è difficile far arrivare un messaggio di speranza ai detenuti?
Non è difficile, ma bisogna avere l’atteggiamento giusto. In questi posti pensiamo di portare speranza, ma spesso c’è già da prima. elle periferie ci sono persone già spoglie di tutto, degli affetti e delle sicurezze, e la presenza del mistero è tangibile. C’è una grazia preveniente, una presenza, un desiderio di bene, di libertà, di pienezza che sorprende sempre.
Com’è cambiato il carcere di Piacenza dal 2010 a oggi?
Innanzitutto, si è ingrandito: i detenuti sono passati da 340 ai 600 di oggi. Per la maggior parte sono giovani e si fermano per poco tempo: molti si spostano, ottengono i domiciliari o vanno in comunità. Con loro è più difficile impostare una pastorale, che richiederebbe un percorso più lungo. Prima, con i detenuti in regime di alta sicurezza, si riuscivano a notare cambiamenti importanti.
Come si abbassa il rischio di recidiva?
Chi va in comunità difficilmente poi torna a delinquere. Alcune realtà sono nate grazie a sacerdoti che hanno capito il bisogno di offrire un cammino di redenzione. Una persona in carcere dovrebbe recuperare il suo senso di colpa per un cambiamento, diceva Vittorino Andreoli. Invece, esce dal carcere sentendosi una vittima di un sistema che non funziona, che è ingiusto alla radice, che non garantisce che ogni pena dovrebbe essere commisurata al trattamento, come dice la Costituzione. In carcere è più garantita la pena che il trattamento.
Il carcere di Piacenza è sovraffollato, e non riusciamo ad accompagnare tutti i detenuti...
Chi lavora cambia nel modo di porsi e di considerare le cose, ma lo spazio di lavoro è per pochi. Se un detenuto non ha nulla da fare, non può uscire migliore di quando è entrato. Ogni detenuto ha una storia, una ferita, un’esperienza di legami spezzati: tutti hanno bisogno di raccontarsi, non si possono liquidare velocemente. C’è un grosso lavoro di supporto da mettere in atto, ma mancano le risorse umane per farlo.
Dal carcere arrivano anche notizie di persone che si tolgono la vita. Cosa scatta nella mente?
Si entra in una fase di disperazione. Il carcere non è un ambiente che aiuta persone con patologie psichiatriche. Molte di loro sono senza terapia o la rifiutano, e quindi hanno scarsa lucidità. Oppure si rendono conto, nella loro coscienza, di aver infranto le regole basilari della società o della famiglia.
Il carcere è percepito come un’entità a sé, staccata dal tessuto della città. Come si sconfiggono lo stigma, l’indifferenza, la paura?
Diversi tentativi sono stati fatti negli anni per creare un ponte tra la città e il carcere. Quando incontriamo un detenuto e scopriamo che è come noi, la paura finisce. Per chi non ha mai avuto a che fare con quest’ambiente, il carcere resta un tabù, una realtà lontana. Anni fa, parlando della mia attività con alcune persone di Fiorenzuola, qualcuno aveva espresso opinioni negative sui detenuti, definendomi “buonista”. Quando poi, nella casa-famiglia che gestisco, abbiamo accolto un ragazzo, si sono accorti che era una persona come tutte le altre.
Cosa bisogna fare per rendere il carcere un posto più umano?
Molti detenuti hanno la possibilità di uscire per qualche ora in permesso, ma non hanno dove andare e quindi gironzolano per la città. Se avessero una parrocchia di riferimento, si potrebbero creare attività che aiuterebbero anche le comunità stesse a essere più sensibili a questo tema: non esiste l’uomo fragile, esiste la fragilità nell’uomo, e non tutti hanno gli strumenti per affrontarla. Umanità e fragilità sono la stessa cosa: la società dovrebbe farsene carico. E invece rendiamo le persone sole, perché ci preoccupiamo solo di noi stessi. Per cambiare, ognuno deve metterci del suo e sentirsi in prima linea.