L’arte di sollevare dubbi: perché la Costituzione ha bisogno di giudici che non chinano il capo
Riassunto
L'articolo difende l'indipendenza della magistratura e la pratica dei giudici di sollevare questioni di legittimità costituzionale dinanzi alla Consulta, criticando gli attacchi mediatici contro le cosiddette 'toghe rosse'. L'autore sostiene che interpellare la Corte sia un atto di onestà intellettuale preferibile a interpretazioni forzate delle leggi, poiché la magistratura ha la responsabilità di garantire la conformità delle norme alla Costituzione. Attraverso il richiamo a Piero Calamandrei e all'articolo 3 della Carta, viene sottolineata l'importanza della Costituzione come programma politico e sociale ancora da attuare pienamente. Passione denuncia inoltre la tendenza all'adeguamento acritico ai decreti governativi, ribadendo che il dubbio costituzionale è un dovere professionale faticoso ma necessario. Questo intervento sottolinea la necessità fondamentale di proteggere il ruolo di controllo della magistratura per la tenuta del sistema democratico italiano.
Il Dubbio, 24 gennaio 2026
Mentre infuria la tempesta attorno al referendum costituzionale, con manifesti alle stazioni e slogan à la carte, cene in famiglia e tra amici, divisioni tra progressisti che stanno a destra e conservatori dall’altra, presi come siamo dal far finta di essere sani, tra velleità polari di un matto e la sua personale morale e un’Europa che non esiste, accade che qualcuno cali la maschera, disvelando una certa idea della giurisdizione che dice più del caso concreto. Così, sul Giornale del 19 gennaio, viene messo in croce un bravo giudice, appartenente alla “corrente delle toghe rosse”, che avrebbe il torto di aver intentato “ricorsi contro le leggi del governo”.
Giusto quattro secoli indietro, il cronista richiama Pascal: “La giustizia è ciò che è stabilito: e così tutte le nostre leggi da tempo stabilite saranno necessariamente tenute per giuste senza essere esaminate, dato che esse sono stabilite”, trasformando il giudice fiorentino nel vasaio di Siracide, che forma a suo piacimento l’argilla.
Invece, siccome “è proprio nel momento puntuale del giudizio che il giudice si assume una responsabilità specifica, prendendo posizione”, giacché “chi giudica, dunque, è anche giudicato, per la responsabilità che inevitabilmente si assume” (Lo Giudice… nomen omen), non viene qui in discussione il diritto di criticare una decisione che non si condivide, quanto piuttosto la critica che si appunta sul metodo.
Non so dire se il calcolo del cronista sia giusto o sbagliato, ma so per certo, coltivando la stessa ossessione costituzionale, che interpellare la Corte è molto più onesto e trasparente che violentare il testo, poiché “l’esegesi conforme non è il letto di Procuste, dove l’interprete possa seviziare a piacimento la littera legis” (Manes) e “per quanto i significati normativi di una disposizione possano essere adeguati alla Costituzione, l’opera di adeguamento non può essere condotta sino al punto di leggere nella disposizione quel che non c’è anche quando la Costituzione vorrebbe che ci fosse” (Luciani); piaccia o meno al governo di turno.
Del resto, basta leggere le ultime relazioni annuali dei Presidenti della Corte per verificare l’invito ai giudici comuni a sollevare questioni, dovendosi al contrario denunciare una flessione sul punto che ha tante cause: il dubbio è faticoso, necessita di studio, tempo, una costante verifica dei precedenti e di ciò che non torna. Molto più semplice adeguarsi, ed è blasfemo non condividere quanto vien dal governo (ormai, quasi sempre, con decreto legge).
Calamandrei, invece. È appena passato il settantesimo anniversario di un incontro storico dell’avvocato antifascista a Milano con gli studenti, universitari e medi, durante il quale chiamò in causa l’articolo 3, che al cronista del Giornale proprio non piace, contestando al magistrato che “quando non sa bene a quale articolo della Costituzione appellarsi dice che la legge viola i principi di uguaglianza e ragionevolezza, ma quasi sempre va a sbattere”.
Ricordiamolo allora, quel che disse Calamandrei, perché non si perda nei miasmi nostrani: “La nostra Costituzione è in parte una realtà, ma in parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere”. Ed ancora, “una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime… ma c’è una parte della nostra Costituzione che è una polemica contro il presente, contro la Società presente”. E, indovinate, è grazie all’art. 3, comma 2, Cost., “attraverso questo strumento di legalità” che “la Costituzione apre le vie verso l’avvenire”.
Ma siccome perché la Costituzione si muova “bisogna rimetterci dentro il combustibile, l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”, forse è meglio non dannarsi; hai visto mai si corra il rischio di “intasare di ricorsi la Consulta”. Ma siccome non basta, ecco che il bravo giornalista se la prende anche con altra giudice, “anche lei di Md”, rea di aver invitato il collega a un convegno sulle questioni di legittimità costituzionali”, e anche lei “autore (autrice, suvvia!) di un ricorso (respinto) alla Corte costituzionale”. Per la precisione; anche gli avvocati hanno invitato quel bravo giudice, e il convegno si chiamava “le strade per andare a Corte”. Chi avesse voglia, lo ritrova online.