Veltroni: “Essere giovani è tremendo. Scrivo gialli per combattere l’abitudine alla violenza”
Riassunto
Walter Veltroni torna in libreria con il romanzo 'Buonvino e l’omicidio dei ragazzi', sesto capitolo della sua serie gialla che affronta il tema della violenza e dell'indifferenza verso i giovani. Attraverso l'opera, l'ex leader del PD denuncia la solitudine delle nuove generazioni e critica un sistema di potere che preferisce cittadini isolati e abulici anziché incoraggiare la partecipazione collettiva. Veltroni punta il dito anche contro l'eccesso di protezione genitoriale e il disinteresse della politica per chi non vota, rivendicando la 'disperata vitalità' dei ragazzi. Questo intervento mette in luce l'urgenza di ricostruire reti sociali e di ascolto per evitare l'esilio fisico e relazionale delle generazioni future.
Corriere della Sera, 25 gennaio 2026
L’ex leader Pd torna in libreria con “Buonvino e l’omicidio dei ragazzi”: “La politica si occupi della disperata vitalità delle nuove generazioni”. Gli piace l’algoritmo, quello di Spotify. “Mi ha fatto scoprire gli Zen Circus”, dice, circondato da cd, dvd, ciak, premi, libri, qualche taccuino. Il salotto di Walter Veltroni, a Roma, quadrante posh, movimentato e apolitico del Salario, è uno studio diffuso. Al centro della libreria, un acquerello che lo ritrae salta agli occhi. Gli assomiglia ma non lo coglie. Accanto, il cofanetto dei film di Ettore Scola, “la persona a cui ho più voluto bene nella mia vita”, ha detto una volta, dieci anni fa. Difronte, il bozzetto del salone de La Famiglia di Scola, firmato da Scola medesimo.
Sotto, il bozzetto dell’Auditorium firmato da Renzo Piano, inaugurato quando Veltroni era sindaco di Roma, epoca mitica e mitizzata, forse l’unica in cui, pur essendo già accusato di sfrenato buonismo, mostrò alcune durezze, e si prese del “Veltroni come Stalin” dai tassisti. Era il 2007, un Occidente e quattro Italie fa.
Qui, della sua carriera politica chiusa tre lustri fa non c’è traccia. Da allora, una delle persone cui vuole più bene è il commissario Buonvino, affascinante protagonista della serie di romanzi gialli dissimili dal giallo, ambientati in un commissariato di Villa Borghese. Il sesto, in uscita il 27 gennaio, Buonvino e l’omicidio dei ragazzi, si chiama così perché racconta l’assassinio di Ludovica, sedici anni, impiccata dall’idrocronometro di Villa Borghese e anche perché racconta le violenze che riserviamo ai ragazzi, con le sociologie che li rendono capri espiatori, gli allarmismi che li soffocano, e i nostri sciatti egoismi. “È un libro contro l’idea che ognuno di noi sia più importante di chiunque altro”.
Veltroni, cos’è un ragazzo?
“Uno migliore di un adulto”.
Sempre?
“Sempre. I grandi perdono curiosità, loro no”.
Li descrive smarriti...
“Soli. Ma nonostante questo, cito Pasolini, disperatamente vitali. Li vedo che cercano di stabilire forme di relazione mentre società taglia le reti”.
Li vede, dove? Da dov’è che Veltroni guarda la realtà?
“Dalle conversazioni con gli altri. Mi faccio sempre raccontare le vite di chi incontro e di chi vado a cercare. Ho parlato con madri di hihikomori, è un fenomeno che ho studiato a lungo e di cui si sa poco, le famiglie sono sole ad affrontarlo. Chi governa non si occupa di chi non vota, è un errore, questa è una generazione piena di idee e curiosità, e invece ci si ostina a rappresentarla come abulica e disinteressata”.
Conviene, no?
“Certo. Il potere attuale non vuole più che vivano esperienze collettive, incasella la vita in una condizione di isolamento e solitudine, il dramma sociale del nostro tempo. Per Foucault la condizione essenziale di ogni sistema autoritario è la solitudine dei cittadini, e ci siamo, anche se ci sembra di vivere in un mondo di relazioni permanenti. La verità è che siamo distanti, le condizioni materiali ci spingono verso una bulimia di relazioni digitali che esilia la fisicità”.
Di buono la GenZ si è liberata dall’ossessione per il sesso, lei lo sottolinea...
“Traguardo notevole, una forma di normalità riacquisita”.
Ludovica non perdona a sua madre di averla mandata via quando il padre si è ammalato ed è morto...
“Lo ha fatto per proteggerla. L’eccesso di protezione è una negazione dell’identità e delle possibilità dei figli. Siamo passati da padri che picchiavano i figli in via preventiva, come succedeva a un mio compagno di scuola che ogni giorno arrivava con i segni delle cinghiate sulla schiena anche quando non aveva fatto niente, a genitori che tengono lontani i figli dalla vita per risparmiargli il dolore. L’effetto è sempre lo stesso: comprimere e inibire il momento in cui devono spiccare il volo”.
Di solito questi discorsi si concludono con: è colpa del ‘68...
“Il ‘68 lo leggi se leggi gli anni 60, i Beatles, le minigonne, i Rolling Stones: quando tutto questo arriva nelle case dei ragazzi, li spinge a cambiare tutto, e li unisce in questo desiderio. C’è una bellissima scena del Dio nero e diavolo biondo di Rocha in cui c’è un personaggio che corre disperato nel Sertao, dicendo che diventerà mare: il ‘68 è stato qualcosa di simile, una conquista di ciò che prima non si aveva. E non ha colpe: i problemi sono iniziati quando la spinta istintiva e naturale al ruolo e all’autonomia, sono finiti imprigionati nelle ideologie che negli anni ‘70 portarono al terrorismo”.
È stato deluso dalla sua giovinezza?
“No”.
E da cosa?
“Trump. Mi aspettavo che avrebbe vinto e l’ho anche scritto, ma proprio il fatto che me lo aspettassi mi ha deluso: vuole dire che mi ero fatto l’idea che una grande società come quella americana potesse scegliere uno così. Mi dà speranza però oggi la meravigliosa reazione di Minneapolis e di tanta parte dell’America. Lì hanno capito i rischi che il mondo corre. Da noi solo silenzio”.
Possiamo non dirci filoamericani?
“Non so cosa significhi essere filo o antiamericano. Gli Usa sono stati un gigantesco laboratorio di libertà, culturale e civile. In questo momento non rappresentano più i valori occidentali, quindi deve farlo l’Europa”.
Dice che Buonvino ha a che fare con il peggio dell’essere umano. Che sarebbe?
“La violenza. Sul piano della vivibilità di una società, la violenza, intesa anche in senso verbale e culturale, è devastante. Quando in una società prevale la violenza come forma di comportamento, l’esito è la guerra. Il Papa ha detto che la guerra è tornata di moda, una frase che dovrebbe far sobbalzare tutti. In Ucraina vivono sotto le bombe di Putin da 4 anni e Putin viene invitato a far parte del Board of Peace. È un mondo assurdo”.
Irrazionale?
“Non del tutto, temo”.
Buonvino sembra più intellettuale che commissario...
“È buono e generoso, viene dalla provincia, ha una grazia nei rapporti che ormai sembra una bestemmia eppure esiste e volevo raccontarla. Non volevo stare nel genere creando un personaggio sboccato”.
È tutto molto poco noir...
“Mi piace che una vicenda gialla si inserisca in un contesto di normalità, l’idea originaria di un commissariato a Villa Borghese nasce da qui: anche nel posto più estatico e sereno, irrompe la violenza. Non mi interessano i contesti già ruvidi, come se ce ne fossero di fisiologicamente destinati al male. La violenza deve rimanere l’anomalia contro la quale fa muro la grazia di un’umanità che ha dentro di sé codici di comunicazione e risoluzione dei conflitti fatti di parole, non di bastoni”.
Usa la parola del momento...
“Grazia? È un caso. Se vuole dico leggerezza, nel senso di Calvino, perché a me sembra tutto molto pesante”.
L’intransigenza è pesante?
“No. È un atteggiamento morale prima che politico. È il contrario dell’indifferenza. Oggi è intransigente chi accoglie, chi usa in modo ponderato le parole”.
Le manca il politicamente corretto?
“Ci dev’essere uno spazio tra il recinto del pol corr e la volgarità cinica. Mi ha sempre lasciato perplesso la cancel culture: per me non si può cancellare la storia”.
Coerenza è intransigenza?
“Sì. Quando si parla di coerenza bisogna pensare ai grandi fiumi della storia, perché la società cambia, ed è legittimo accompagnarla, ma l’asse portante della propria esperienza umana deve corrispondere a una coerenza”.
Perché la protagonista del suo romanzo è una ragazza?
“Volevo un personaggio che non nasconde il conflitto. E i maschi lo fanno”.
Lei è femminista?
“No, un uomo non può esserlo. Quelli che dicono di esserlo, per me, mentono. Ma tra il non essere femminista e non avere coscienza della spettacolare differenza delle donne, ce ne corre. E questa consapevolezza la ho. Il femminismo mi ha cambiato lo sguardo”.
Buonvino assume il caso di Ludovica e dice: me ne occuperò come fosse mia figlia. Le contesto il vizio italiano di occuparci degli altri solo se li sentiamo familiari...
“Ma lui per mestiere si occupa degli altri. Su di lei proietta il suo bisogno di paternità, è vero, ma vuole risarcirla perché la sua morte lo indigna”.
Qual è l’ultimo no che ha detto? A parte a chi le chiede interviste politiche...
“Ne dico pochi. Mi imbarazza dire di no”.
La imbarazza parlare del suo privato?
“Ho imparato a farlo quindi no, ma sono di una generazione che faticava a raccontarsi”.
E aveva ragione?
“No, forse no. È sempre giusto raccontare”
Parlo della sua vita...
“Beh, l’ho raccontata molto. L’ho raccontata scoprendola. Il primo che non ha fatto i conti con la mia vita sono stato io, ho cominciato a farli quando mi sono nate le figlie e quando ho scritto il libro su mio padre, Ciao: sono entrato in una zona di ricerca che per tutelare prima mia madre e poi me stesso non avevo percorso. Ciò di cui più mi dolgo è non aver fatto a lei tutte le domande che oggi sento che avrei dovuto farle. Se posso dare un consiglio a figli e nipoti è di torturare genitori e nonni e farsi raccontare le loro vite. Solo così si sentiranno interi”.
Ora è nonno. Com’è?
“Come tutti i nonni ho perso la testa. C’è un misto di tenerezza e senso di limite del tempo che rende questa relazione con una creatura che sta per scoprire il mondo del tutto speciale”.
Che ragazzo era Veltroni?
“Uno che amava giocare e immaginare e leggeva Calvino e Cassola”.
Non Marx?
“Quello dopo. Neanche troppo dopo”.
Felice o infelice?
“Checché ne dica la memoria, la penso come Paul Nizan: “Avevo vent’ anni e non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”. In fondo, proprio di questo parla il libro”.