Agli animali “manca la parola”. E noi impariamo ad abbaiare

di Pierangelo Sequeri
Avvenire, 25 gennaio 2026
Gli manca “soltanto la parola”, si dice di una postura particolarmente intelligente o espressiva dei nostri amici a quattro zampe. In compenso, aumentano gli umani che, pur avendo l’uso della parola, imparano ad abbaiare. L’uso aggressivo della parola, grazie alla pervasività della competizione mediatica, che cerca la battuta a effetto a tutti i costi, è filtrato anche nella normalità dei rapporti sociali. Non importa il significato, importa l’abbaio. È una deriva che porta assuefazione. Il suo rapporto con l’ormai vistoso fenomeno dell’analfabetismo di ritorno, che insidia proprio i Paesi della fioritura dell’umanesimo nelle lettere e nelle arti, che hanno dato entusiasmo e anima anche alle invenzioni e alle scienze (è una favola per giovani marmotte secolarizzate, quella che racconta di un privilegio della cultura umanistica che mortifica la razionalità scientifica), è fuori discussione, ormai. Ma l’assuefazione all’uso della parola come arma e come armatura, che alza una barriera intorno a un ego che si rivela, al tempo stesso, prepotente e codardo, è anche l’anticamera di un’aggressività che passa facilmente all’azione. Una pace disarmata e disarmante, come chiede papa Leone, è decisa dall’abitudine alla parola corrispondente.
Il mondo che deve essere governato, appassionato e insieme pacificato dalla parola - e non dall’urlo e dal ringhio - è diventato più complicato e più rozzo allo stesso tempo. La politica troppo spesso appare totalmente persa, a questo riguardo (ma anche dalle parti della leadership religiosa non si scherza). L’habitat sociale della parola umana, nel frattempo, si è riempito di formule prefabbricate (del genere “cotto e mangiato”, proprio come il cibo spazzatura), ossessivamente orientate a nutrire la competizione per il consumo, che gratifica l’ego. Il balletto dei like e degli hate speech, rozzo costume binario del “mi piace/non mi piace” che riassume una discorsività mancante, è perfettamente omologo con quello del codice informatico (0/1, acceso/spento). Questo codice, da spettatore dei giochi al Colosseo, funziona anche senza parole: come il pollice verso dell’imperatore romano, che segnala alla folla chi deve vivere e chi deve morire. La psiche adolescente è in presa diretta con questa semplificazione apparente della libertà senza intelligenza, che consente una via di fuga pulsionale dalla complessità altrimenti ingovernabile. E il suo impatto con la vita reale è mortale.
Lo dico ruvidamente e direttamente: la trasformazione della cattedra di italiano (e quella della lingua di ogni Paese, ovviamente) nell’esercizio spirituale e multilaterale delle potenze della parola è il luogo decisivo per la prevenzione della fragilità psichica che oggi eccita sistemicamente l’aggressività (e l’autolesionismo) adolescente. La sua versione vagamente estetizzante ha privato i giovani della formazione necessaria a rendere abitabile la comunità e felice la generazione del mondo.