Ferrara. “Un’opportunità nel volontariato”. Accoglienza a Viale K

Riassunto

Domenico Bedin, presidente dell'associazione Viale K, racconta l'impegno ventennale nell'accoglienza di detenuti che usufruiscono di misure alternative come arresti domiciliari e affidamento in prova. L'associazione fornisce un luogo di accoglienza a chi ne è privo e si attiva per favorire il reinserimento lavorativo, collaborando anche con la Regione Emilia-Romagna per supportare i detenuti a fine pena. Attualmente ospitano circa venti persone, offrendo loro una strada tracciata verso la legalità e l'occupazione una volta terminata la detenzione. Questo esempio sottolinea l'importanza del terzo settore nel rendere efficaci le misure alternative al carcere in Italia.

di Mario Bovenzi
Il Resto del Carlino, 25 gennaio 2026
Bedin: “Da noi chi ha misure alternative al carcere”. “Da vent’anni ormai accogliamo detenuti che vengono condannati agli arresti domiciliari e quelli che usufruiscono delle misure alternative al carcere, come l’affidamento in prova”. Domenico Bedin, presidente dell’associazione Viale K, si trova nell’azienda agricola Parco Contadino Pratolungo. È mezzogiorno, ora di pranzo. Pratolungo è un’azienda agricola sociale, è una delle strutture che fanno parte di Viale K. Le misure alternative al carcere nel nostro paese includono principalmente l’affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare, la semilibertà, la liberazione anticipata, e le pene sostitutive come i lavori di pubblica utilità, che permettono di scontare la pena fuori e oltre le sbarre, spesso in cambio di attività lavorative, terapeutiche o sociali. Vengono disposte in alternativa alla detenzione carceraria per reati di minore gravità o in base alle condizioni personali.
Gli arresti domiciliari, voi come intervenite?
“Ci sono persone che non hanno legami o comunque non hanno un luogo nel quale scontare questo tipo di pena, in sintesi non hanno un posto nel quale essere ospitati. In quel momento e per questi casi possiamo intervenire noi indicando quindi la nostra associazione e il luogo nel quale può scontare la pena” risponde Domenico Bedin.
Li accogliete quindi, ma per il lavoro?
“In alcuni casi vengono disposti degli orari durante i quali queste persone possono muoversi, uscire. A quel punto noi possiamo attivarci per trovare loro un lavoro, qualcosa che possono fare, un’occupazione. In questo modo quando finiscono di scontare la pena, tradotto, quando termina il regime dei domiciliari, hanno già dei contatti, un’impresa che li accoglie per dare loro un’occupazione”.
Non è poco. Svolgono anche alcune mansioni per la vostra associazione?
“Chiaramente le nostre sono attività di volontariato, quindi diamo la possibilità anche a loro di rimboccarsi le maniche per questo mondo. Purtroppo non abbiamo le risorse economiche per farli lavorare direttamente noi”.
Vent’anni sono tanti. Quanti ne avete accolti in questo periodo?
“Direi almeno un centinaio, è un modo per dare loro un’opportunità per ripartire”.
Adesso quanti ne state ospitando?
“Una ventina, parliamo del 5% dei detenuti che si trovano in media nel carcere di Ferrara, appunto circa 400. Credo che questo sia un risultato positivo, siamo soddisfatti. Anche se è chiaro che vorresti fare di più”.
Avete dei fondi?
“No, solo da sei mesi la Regione Emilia Romagna ha attivato il progetto chiamato ‘Territori per il carcere’, progetto che finanzia comunque gli interventi che riguardano sei o sette detenuti. Non certo di più”.
Ci sono altri interventi sempre della Regione?
“Sì, un piano che è rivolto in maniera specifica ai dimittendi, i detenuti che hanno ormai poco da scontare e che stanno per uscire dal carcere. In questo modo si interviene già quando sono ancora all’interno della struttura penitenziaria. È un modo per giocare d’anticipo, cominciare ad accoglierli, a trovare loro un lavoro quando ancora non hanno scontato tutta la pena. Così quando saranno fuori avranno già una strada tracciata”.