Il giudice di pace prima di opporsi all’espulsione deve valutare i legami familiari in Italia
Paola Rossi
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Il Sole 24 Ore
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Riassunto
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1432/2026, ha stabilito che il diritto all’unità familiare deve essere valutato prima di espellere uno straniero, anche in assenza di matrimonio o di autorizzazioni formali per figli minori. Il giudice ha l'obbligo di considerare l'effettività dei legami affettivi e della convivenza, anche se non è stato richiesto formalmente il ricongiungimento familiare. La decisione sottolinea che l'art. 13 del d.lgs. n. 286/1998 impone un accertamento caso per caso per tutelare i diritti fondamentali ed evitare danni illegittimi alla vita familiare. Questo pronunciamento rappresenta un passo significativo verso una maggiore protezione della stabilità affettiva nel sistema dell'immigrazione italiano.
La Corte di Cassazione, con la sentenza 1039/2026, ha stabilito che l'espulsione e il trattenimento nei CPR sono bloccati per gli immigrati condannati a pene inferiori ai quattro anni in attesa di decisioni sulle misure alternative. La pronuncia chiarisce che il nulla osta all'espulsione non è applicabile nella fase di esecuzione penale, tutelando così il diritto dello straniero a un percorso rieducativo. Questa decisione ha un impatto significativo sui circa 90.000 'liberi sospesi' in Italia, che spesso attendono anni per il verdetto del Tribunale di sorveglianza. Il provvedimento evidenzia una complessa interazione tra le esigenze di sicurezza e la garanzia dei diritti costituzionali dei detenuti.
Le Sezioni Unite Penali hanno chiarito che non sussiste un conflitto negativo di competenza se il giudice, pur dichiarandosi territorialmente incompetente, rinnova tempestivamente una misura cautelare. La sentenza stabilisce che tale intervento non implica un'affermazione di competenza, ma rappresenta un potere eccezionale e provvisorio per evitare stalli processuali. In questo modo, viene garantita la continuità della tutela cautelare anche durante le fasi di incertezza sulla competenza territoriale. Questa decisione appare fondamentale per assicurare l'efficienza e la tempestività del sistema penale italiano nella gestione delle misure urgenti.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1049 del 2026, ha stabilito che il ricorso straordinario per errore di fatto è uno strumento riservato esclusivamente ai condannati in sede penale e non si applica ai soggetti sottoposti a misure amministrative. Il caso riguardava un cittadino straniero che contestava il trattenimento in un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr), ma la Corte ha ribadito che tale misura non accerta una responsabilità penale. I giudici hanno chiarito che, nonostante l'incidenza sulla libertà personale, il trattenimento resta estraneo alla nozione di condanna, rendendo inammissibile l'impugnazione straordinaria. Questa decisione evidenzia la netta distinzione procedurale tra sanzioni detentive e provvedimenti amministrativi di pubblica sicurezza.