Vorrei Istituzioni che sappiano essere miti e sensibili
Riassunto
L'autrice Ornella Favero denuncia l'incapacità delle istituzioni carcerarie di ammettere i propri errori e chiedere scusa, partendo dal tragico suicidio di un detenuto a Padova a seguito di un trasferimento improvviso. L'articolo presenta diversi casi di persone detenute le cui vite e percorsi di reinserimento sono stati danneggiati da accuse infondate o errori burocratici, senza mai ricevere scuse ufficiali dopo l'assoluzione. Favero sottolinea che la rieducazione dovrebbe coinvolgere anche gli operatori in un processo di assunzione di responsabilità, criticando un sistema che spesso ignora l'umanità dei singoli. Questa situazione evidenzia una criticità profonda nel rapporto tra Stato e cittadini detenuti all'interno del sistema penale italiano.
Ristretti Orizzonti, 29 gennaio 2026
Quando stavo scrivendo l’articolo sulla difficoltà (che a volte è proprio incapacità) di molte Istituzioni di chiedere scusa quando sbagliano, mi è arrivata la notizia tragica di un suicidio “annunciato”, quello di Pietro Marinaro, una persona detenuta nella sezione Alta Sicurezza di Padova che ha scelto di togliersi la vita perché non reggeva al dolore di perdere quel poco che aveva: una detenzione decente interrotta bruscamente per un trasferimento che io definisco “feroce”. Feroce perché nel giro di poche ore è stato detto a persone che da anni, da decenni anzi erano incarcerate a Padova di mettere insieme le proprie cose e prepararsi a partire. L’articolo che avevo scritto resta, ahimè, perfino troppo vero: l’umanità pare non far parte del bagaglio di qualità richieste per essere delle buone Istituzioni.
Quando le Istituzioni non sanno chiedere scusa
In tanti anni di volontariato, una cosa credo di non avere ancora visto: che le Istituzioni, quando sbagliano, sappiano chiedere scusa. Eppure, in un ambito come quello della Giustizia in cui si chiede continuamente alle persone detenute di riconoscere e assumersi le proprie responsabilità, dare il buon esempio potrebbe essere fondamentale. La rieducazione, in fondo, per avere un senso dovrebbe essere proprio questo: mettere in moto un percorso di messa in discussione dei propri comportamenti, di rivisitazione delle proprie scelte, di auto riflessione profonda e coraggiosa, che dovrebbe riguardare chi ha commesso reati, ma anche chi, tra gli operatori, ha voglia di mettersi in gioco, di confrontarsi e di non sentirsi perfetto. Merita ricordare che sbagliare è umano, ma riconoscere il proprio errore è ciò che fa la differenza.
Di questa refrattarietà alle scuse voglio fare qualche esempio concreto:
un detenuto semilibero rientra in carcere ogni sera, gli fanno ogni tanto le analisi delle urine (mai avuto problemi di sostanze in tutta la sua vita), dopo anni di regolare condotta improvvisamente un giorno lo chiudono perché risulta positivo al Subbutex. C’è una presunzione di innocenza, visti gli anni di corretto comportamento? Neanche per sogno, viene subito prelevato, chiuso, riportato in una sezione comune, esposto a riprovazione, sospetti, accuse di aver “tradito la fiducia” accordata dalle Istituzioni. A proprie spese lui si paga l’analisi del capello, da cui risulta del tutto innocente, viene rimesso fuori ma NESSUNO ritiene di dovergli chiedere scusa e risarcirlo:
un detenuto di Alta Sicurezza viene accusato di aver ripreso i contatti con la criminalità organizzata tramite il fratello, che è in libertà, parte l’indagine, il fratello viene indagato e poi arrestato, il detenuto viene trasferito da Padova a Oristano, il suo percorso di reinserimento brutalmente bloccato, i permessi premio interrotti. Conclusione della vicenda: la persona accusata di aver fatto da tramite con l’organizzazione criminale viene assolta perché in trent’anni ha incontrato il fratello in carcere una sola volta (e nessuno ha pensato di verificare questo dato fondamentale), difficile immaginare che si possano tenere i contatti con la ‘ndrangheta con un unico incontro in trent’anni. L’indagine viene archiviata, non c’è stata nessuna ripresa di contatti con l’organizzazione criminale. Qualcuno ha chiesto scusa? Certo che no, la vita di un criminale non vale niente, si può tranquillamente distruggere tutto quello che lui ha costruito in anni di un faticoso percorso di reinserimento;
un giovane ergastolano decide di dare una svolta alla sua vita, e comincia a impegnarsi in un faticoso percorso di cambiamento, di messa in discussione profonda del suo passato. Percorso brutalmente interrotto dal sospetto che abbia partecipato a un traffico di droga in carcere, che gli costa una denuncia, il trasferimento in un carcere punitivo e la fine dei suoi sogni. Salvo poi venire completamente scagionato da quella accusa. Qualcuno pensa che lo facciano tornare nel carcere da dove è stato trasferito, con tante scuse? Niente del genere, e del resto l’Istituzione penitenziaria non sembra proprio capace di riflettere sui suoi errori e sulla sua frettolosa voglia di punire a tutti i costi.
Di storie così sono piene le galere, a interrompere un percorso positivo si fa presto, basta un sospetto e si sa, se il sospetto riguarda un detenuto dargli credito è pressoché obbligatorio.
Il ministro Nordio ritiene che concedere un indulto sarebbe un cedimento dello Stato, a me pare che la frana dello Stato ci sia là dove le Istituzioni non sanno rispettare le loro stesse leggi.
*Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti